Un classico al mese

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Negli ultimi tempi molti hanno potuto notare uno smarrimento dell’essere umano, il quale non ha più coordinate di riferimento. Vita e morte, bene e male, gioia e dolore sembrano essersi invertite fino al punto di confondersi e di essere interscambiabili. Col dilagare del relativismo è venuta meno la base dell’essere umano, il fulcro, la roccia a cui aggrapparsi durante la tempesta. In un tale panorama viene naturale farsi la stessa domanda di Pilato: quid est veritas? Noi abbiamo un radicale e profondo bisogno di Verità e non lo affermo io, bensì la natura stessa dell’essere umano. Quando ci viene affidato un progetto o ci troviamo in una prova di cui non conosciamo nulla siamo spaesati, impauriti, quasi paralizzati per quello che deve venire: quando mancano la coscienza e la conoscenza della realtà siamo persi, come pellegrini che vagano nel buio della notte e non vedono la meta. Per poter camminare abbiamo bisogno di luce, abbiamo bisogno di certezza, di sicurezza. Ma come fare se la Verità non c’è? Come fare se non ci sono dei punti di riferimento? Persino in tutte le discipline scientifiche è necessaria la presenza di un sistema di riferimento: quando si quantifica qualcosa è cruciale farlo rispetto a qualcos’altro e questo è il principio base della misura delle grandezze che caratterizzano la nostra vita.

Notiamo dunque come si renda necessario per noi leggere la realtà, analizzarla alla luce di ciò che è e non di ciò che vorremmo che fosse. Insomma il lavoro da fare è di analisi, non di sintesi: non possiamo plasmare la realtà a nostro piacimento, secondo i nostri desideri, ma possiamo solo riconoscerla e vivere in armonia con essa. In tal senso il giudizio sulla realtà assume una profonda e radicale rilevanza in quanto è l’unico mezzo che ci è dato per capirla così da potervisi destreggiare. Tuttavia questo costa: ci costa tempo, fatica, sofferenza. E si sa, noi non vogliamo soffrire, non vogliamo spendere tempo, non vogliamo faticare. Proprio per questo siamo bombardati in continuazione da una retorica che ci obbliga a non giudicare, mai, per nessun motivo (non le persone, il che sarebbe anche giusto, ma proprio la realtà). Siamo quasi affogati da un’atonia, spinti a vivere per inerzia, ad essere figure secondarie della nostra stessa vita piuttosto che attori. In virtù di tale logica cerchiamo in tutti i modi di evitarci un giudizio, talvolta anche in maniera inconscia. Ma che vuol dire avere un giudizio? Significa riconoscere i fatti, l’unica sostanza di cui è costituita la realtà.

Facciamo un esempio pratico: un ragazzo entra nel giro della droga. I genitori, persone un po’ assenti e completamente prese dal proprio lavoro non hanno neanche il tempo di parlare col proprio figlio. Capita più soventemente di quanto non si pensi purtroppo. Un bel giorno una professoressa con istinto materno, nota i lividi sul braccio del ragazzo e convoca i genitori per spiegare loro che qualcosa non va. Una volta finito l’incontro la mamma sbatte i pugni sul tavolo: “Non è vero! È impossibile! Mio figlio è un bravissimo ragazzo! Non gli passerebbe neanche per l’anticamera del cervello!”. La professoressa, con sacrosanta pazienza, spiega alla madre che il livido sul braccio è tipico di chi fa uso di sostanze stupefacenti per endovena. Ma la mamma no, non ha tempo, deve lavorare, è una donna in carriera, non può affrontare questo problema, troppo dispendioso, richiederebbe un serio lavoro di genitore che, si sa, con un adolescente è quasi un’impresa. Continua a negare. Disgraziatamente, in una notte di sballo in discoteca, il ragazzo muore di overdose. È stata una sofferenza apprendere che il proprio figlio era entrato nel giro, ma ancor più lacerante è stato dover assistere al suo funerale. In questa mini storia vi sono tre principali protagonisti: il ragazzo, la mamma e la professoressa. Ognuno ha fatto una scelta: il ragazzo ha scelto di drogarsi, la mamma ha scelto di negare questa realtà e la professoressa ha scelto di accoglierla ed avvertire i genitori prima che fosse troppo tardi, andando in senso opposto. Viviamo in un mondo in cui la deresponsabilizzazione riguarda tutti, giovani e adulti.

Noi abbiamo paura della sofferenza ed è per questo che rigettiamo completamente la responsabilità delle nostre decisioni. Lo facciamo tuttavia nell’illusione che ogni nostra azione non comporti una conseguenza. Lungi dall’annichilirsi, le conseguenze rimangono, mentre quello che ci viene tolto è l’esser preparati. Da questo scaturisce una sofferenza ancor peggiore quando la realtà si impone in tutta la sua veemenza sulle nostre vite. D’altra parte, addossandoci il peso della responsabilità, la sofferenza ci colpisce con l’unica differenza che sappiamo come parare il colpo. Ricordiamo: non saremo salvati se continuiamo a scegliere di arrampicarci sugli specchi evitandoci un giudizio sul reale.

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