Un classico al mese

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Spesso si tende ad idealizzare la scienza considerandola un campo libero da pressioni economiche, ideologiche e sociali e in cui le truffe sono difficili da escogitare e hanno vita breve, in quanto l’approvazione di un’idea deriva da verifiche sperimentali che virtualmente chiunque può compiere e ripetere. Lo stesso meccanismo del peer review, in cui l’articolo di un ricercatore viene valutato da esperti del settore prima di un’eventuale pubblicazione su riviste prestigiose, sembra una garanzia contro i dilettanti allo sbaraglio e gli imbroglioni.

In realtà gli scienziati imbrogliano da sempre, a volte è stato anche un bene, e la comunità scientifica non ha avuto sempre gli anticorpi pronti a riconoscere gli inganni e a tutelarsi da essi.

TRUFFE D’AUTORE: GALILEO, NEWTON, DALTON, MENDEL, FREUD
Abbiamo già visto, ad esempio, che Galileo nascose disonestamente il risultato delle sue osservazioni del sistema doppio di Mizar, ma in realtà per lui era ancora più consueto supportare le sue teorie con risultati di esperimenti che in realtà non aveva mai compiuto veramente. Nelle condizioni tecniche limitanti in cui Galileo era costretto ad operare, l’esperimento dei gravi gettati da una certa altezza non avrebbe potuto dare i risultati che la teoria prevedeva, dunque o Galileo non l’ha mai effettuato, oppure sì, ma ha finto che i conti tornassero in misura soddisfacente quando invece non era vero. E l’esperimento del piano inclinato? Galileo sostiene di averlo compiuto “ben cento volte”, ma quando Marin Mersenne provò a replicarlo nelle stesse identiche condizioni non riuscì a ritrovare i risultati ottenuti da Galileo. Anche la legge dell’isocronismo del pendolo è una scoperta che Galileo fonda su un esperimento che con tutta probabilità non ha mai davvero fatto (altrimenti avrebbe trovato risultati ben diversi).
Newton invece ritoccava i dati numerici con giustificazioni a posteriori un po’ arbitrarie, in modo da rendere i dati sperimentali concordanti con i suoi modelli teorici, analogamente fece in chimica John Dalton.
Pubblica o muori: le malattie della scienza moderna

A sinistra: Giuseppe Bezzuoli, “Galileo dimostra l’esperienza della caduta dei gravi a Don Giovanni de’ Medici”(1839)
A destra: una riproduzione del piano inclinato che Galileo NON utilizzò nei suoi esperimenti.

Anche il padre della genetica, Gregor Mendel, ha barato un pochino per portare all’attenzione del pubblico le sue tre leggi, ricavate da esperimenti di incrocio tra piante di piselli. A distanza di anni ci si rese conto, riesaminando le procedure attuate dal monaco scienziato, che nei suoi esperimenti i conti tornavano fin troppo bene, in un modo difficilmente credibile per i limiti tecnici in cui si trovava ad operare. Si dice spesso che il motivo per cui la sua scoperta al tempo passò inosservata è che il mondo scientifico non era ancora pronto ad idee così innovative. Molto probabilmente invece la comunità scientifica rispose gelidamente ai lavori di Mendel perché le procedure sperimentali da lui descritte sembravano oscure o inverosimili. Lo stesso William Bateson anni dopo, pur essendo un mendeliano convinto, avanzò l’ipotesi che gli esperimenti raccontati dall’abate fossero in realtà solo un frutto della sua immaginazione. Oltretutto la sua terza legge, che apparentemente lui trovava verificata con una certa precisione, in realtà non è affatto universale, e se oggi sappiamo che nella pratica viene spesso violata a causa del fenomeno del linkage, già i suoi contemporanei avevano potuto osservare che incrociando piante certi caratteri fenotipici tendevano fortemente a presentarsi insieme nella prole, risultando dunque non indipendenti. Questo rendeva l’esperienza di Mendel, in cui i caratteri scelti dei piselli segregavano indipendentemente, molto sospetta.
Ma i caratteri scelti da Mendel segregavano davvero indipendentemente? Teoricamente, da quello che abbiamo appreso in seguito, era possibile, perché Mendel aveva selezionato sette caratteri e il pisello ha sette cromosomi, tuttavia la probabilità di indovinare la scelta a priori e alla cieca (senza sapere nulla dei cromosomi) come apparentemente aveva fatto lui è così bassa che ancora oggi nelle aule di biologia si racconta di come Mendel sia stato geniale ma anche molto fortunato. Sfacciatamente fortunato: in pratica la probabilità di azzeccare la scelta dei caratteri era all’incirca dello 0,6% !
In effetti la fortuna non c’entra: quando sono state tracciate le mappe cromosomiche di Pisum sativum si è scoperto che solo due dei geni coinvolti negli esperimenti di Mendel sono realmente indipendenti, dunque lo scienziato non ha scelto fortunosamente a priori sette caratteri indipendenti. Piuttosto, molto probabilmente, avrà osservato diverse generazioni di piselli nati da vari incroci e si sarà imbattuto come tutti nelle conseguenze del linkage, ma trascrivendo comunque meticolosamente la frequenza di occorrenza delle forme alternative di ogni carattere potè selezionare, da una lunghissima lista, solo i caratteri che approssimativamente si presentavano nelle diverse varianti secondo rapporti a lui congeniali. Insomma la scelta dei caratteri è avvenuta a posteriori ed era semplicemente quella che faceva tornare tutto.
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Francobollo che commemora Gregor Mendel

Fin qui abbiamo visto tutti esempi di scienziati che avevano avuto intuizioni preziose e che avevano ceduto alla tentazione di dire qualche piccola bugia per scavalcare i limiti tecnici.
Comportamenti sorprendenti e discutibili anche da parte di Sigmund Freud: molti casi clinici da cui faceva discendere le sue teorie in realtà sono stati osservati solo dopo la formulazione delle teorie o non sono stati osservati affatto, almeno nelle modalità da lui descritte. Nel suo caso però assistiamo, almeno una volta, ad un fenomeno prima non riscontrato: la complicità di parte dei colleghi. Freud aveva infatti dichiarato di aver guarito dall’infermità mentale il paziente S. P., “L’uomo dei lupi”, anche se non era vero, e questa bugia era nota nell’ambiente psicanalitico ma tenuta sotto segreto.

Il paziente S. P. , il cui vero nome era Sergej Pankejeff, fu rintracciato da una giornalista, la quale scoprì che, per ammissione dello stesso interessato, il malessere psichico trattato da Freud non era sparito. Pankejeff spiegò che i suoi problemi non si risolsero né dopo i quattro anni in cui era stato in cura da Freud, né i successivi anni di analisi presso altri psicanalisti. Eppure Pankejeff nelle sue memorie aveva confermato la versione ufficiale, e cioè di essere stato guarito, come mai? In sostanza l’uomo era stato indotto da Muriel Gardiner a scrivere quel libro per dimostrare che le idee di Freud avevano successo, inoltre quando si era ridotto sul lastrico gli psicanalisti avevano continuato ad incontrarlo gratuitamente e addirittura avevano preso a mantenerlo economicamente con denaro proveniente dai fondi della Fondazione Sigmund Freud, a patto ovviamente che non rivelasse la verità sui risultati terapeutici realmente ottenuti. Venne fuori anche che Freud aveva alterato a suo capriccio diversi elementi della storia, cambiando dettagli di sogni riferiti dal paziente o inventando ricordi infantili che l’uomo non aveva mai avuto né tantomeno raccontato a Freud o a chiunque altro.

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“Lupi seduti su un albero”, dipinto in cui lo stesso Pankejeff, firmandosi con lo speudonimo “Wolfmann”, ha riprodotto il celebre sogno analizzato da Freud

IL SISTEMA SCIENTIFICO AMERICANO

Si potrebbe pensare che oggi le cose vadano meglio, in realtà la ricerca rispetto a un tempo è semplicemente afflitta da problemi di natura diversa, ma il risultato è comunque che la frode e l’inganno sono sempre possibili. Anzi, sono più diffusi oggi che in passato, a causa di come è venuto a strutturarsi il mondo della ricerca. Da una parte gli scienziati sono in forte competizione per accaparrarsi fondi, e in paesi come gli Stati Uniti è anche fondamentale pubblicare il più possibile per poter proseguire la propria carriera (“è il famoso “publish or perish” americano). Tutto ciò porta facilmente a cedere alla tentazione di barare un po’, e spesso incredibilmente c’è tutto un sistema attorno che tenta di salvare le apparenze e difendere lo scienziato imbroglione, questo perché il riconoscerlo come truffatore causerebbe problemi a tantissime altre persone, ad esempio a quelle che avrebbero dovuto vigilare e che invece non si sono rese conto di ciò che accadeva. È soprattutto il sistema americano che ha grossi problemi, ma una parte rilevante della ricerca che conta al mondo, per vari motivi, è fatta proprio negli Stati Uniti, e quindi, data anche l’influenza che questo paese ha in tutti gli ambiti in buona parte dell’Occidente, è utile approfondirne le peculiarità.

Gli Stati Uniti sono stati probabilmente il primo paese in cui lo scienziato ha perso moltissima autonomia nella scelta dei problemi da studiare e dei metodi da impiegare nello studio (tutti gli altri paesi occidentali però successivamente si sono allineati, chi più chi meno, a questo modello). Non sembra sia stato solo per l’ingerenza della politica e dell’esercito (anche se è vero che i militari assunsero spesso il comando di equipe di scienziati, come nel Progetto Manhattan), probabilmente c’è qualcosa di così connaturato alla società americana da essersi espresso anche nel mondo della scienza: il pragmatismo e la gestione manageriale, per esempio, si trasferirono dal mondo dell’industria a quello della ricerca scientifica. Già Edison del proprio lavoro poteva dire: “Non studio la scienza come hanno fatto Newton, Keplero, Faraday e Henry, solo allo scopo di conoscere la verità. Io sono un inventore di professione. I miei studi ed i miei esperimenti sono stati condotti esclusivamente allo scopo d’inventare ciò che ha qualche utilità commerciale”.

Ma l’intero mondo scientifico americano si uniforma a questo modus operandi quando il consigliere scientifico del presidente Roosevelt, Vannevar Bush, crea sostanzialmente il sistema ancora vigente, in cui le attività di ricerca delle università sono finanziate dal governo. Naturalmente il governo, per indirizzare adeguatamente i propri fondi, si affida ad organi intermedi ritenuti competenti a valutare il valore e le prospettive delle proposte di ricerca. Questi comitati sono composti da altri scienziati, quindi in sostanza ci sono degli scienziati a decidere se altri scienziati meritano o no di essere finanziati. Purtroppo in genere non basta aver avuto una buona idea per passare il controllo, in quanto un parametro di cui questi revisori tengono molto conto è la precedente carriera nel campo, ossia il numero di articoli pubblicati e il numero di citazioni che questi si sono guadagnati. Ecco perché in America si usa dire “Pubblica o muori”: le pubblicazioni frequenti sono indispensabili per chi voglia fare il ricercatore di professione, meglio ancora se poi vengono citate in altri lavori. Questo porta ad escamotages che di per sé non diffondono informazioni false come nel caso delle frodi scientifiche o degli errori, ma che contribuiscono al rumore che rende difficile reperire informazioni. Ad esempio un lavoro lungo diverse pagine viene spezzettato in articoli più piccoli per avere diverse pubblicazioni invece di una sola, poi in ogni lavoro si cerca di citare i propri lavori del passato per aumentarne l’impatto e spesso si consolidano addirittura degli scambi di citazioni tra diversi scienziati.

Pubblica o muori: le malattie della scienza moderna

Vannevar Bush, fondatore dell’attuale sistema di finanziamento alla ricerca americano

Ad ogni modo, il comitato dei pari in alcuni casi può essere scavalcato dai funzionari e i burocrati che amministrano direttamente gli stanziamenti per la ricerca: in alcuni ambiti se questi decidono che un certo progetto merita di essere finanziato, nessuno può opporsi e non è necessario il parere degli esperti.

Per quanto possa sembrare ansiogeno, questo sistema per decenni ha funzionato benissimo, regalando al paese numerosi avanzamenti tecnico-scientifici e diversi primati (oltretutto dagli anni ’30 aumentò considerevolmente la rappresentanza americana tra i premi Nobel scientifici, prima piuttosto esigua).
Ma in epoche più recenti qualcosa ha iniziato a non funzionare più per il verso giusto. Per capire cosa, consideriamo intanto i limiti congeniti di un sistema di tal fatta, seguendo le indicazioni del fisico Charles W. McCutchen. Secondo lui, quando i funzionari prevalgono sui comitati scientifici, il ricercatore che riesce ad aggiudicarsi un finanziamento si ritrova però limitato nell’agire dai vincoli imposti dall’alto, ed è per questo che si trova a volte a dover escogitare dei trucchetti per convincere i funzionari che questi fondi si tradurranno in scoperte utili per il paese: a volte i ricercatori, per vari motivi, hanno a disposizione dei lavori già fatti ma mai pubblicati, e nella domanda di finanziamento propongono quelli perché sanno già che risultati danno e dunque possono fare promesse più specifiche e concrete, poi però i soldi vengono utilizzati per altre ricerche che non sono state nemmeno menzionate nella domanda. Quando ciò non è possibile, lo scienziato si butta allora su un campo di studi in cui qualsiasi risultato, positivo o negativo, è considerato comunque un avanzamento importante ed apprezzato. Dunque la dipendenza dalla burocrazia pone facilmente limiti alla creatività degli scienziati.
Quando invece i finanziamenti dipendono dai comitati scientifici le cose vanno meglio? Secondo McCutchen no, perché gli scienziati sono uomini, e dunque hanno i loro pregiudizi, competono tra loro e difendono il loro campo. Questo significa che possono avere la tendenza ad emarginare gli outsiders, che pure possono avere idee di rilievo come avvenne ai dilettanti Edison e Marconi, e a boicottare idee che sfidano apertamente i vecchi paradigmi. In questo modo si rischia di mantenere l’establishment invece di promuovere l’avanzamento scientifico.
IL SISTEMA DIFENDE I TRUFFATORI: IL CASO DI BALTIMORE
Ed ecco dunque che arriviamo al punto: fino a tutti gli anni Sessanta il sistema ha funzionato egregiamente perché la possibilità di finanziamenti era sovrabbondante rispetto al numero di ricercatori da finanziare, e questo faceva sì che praticamente ogni progetto potesse accedere alle sovvenzioni, senza il rischio di tagliare fuori dai giochi i talenti più estrosi. In seguito gli scienziati sono aumentati e parallelamente sono diminuiti i fondi a disposizione per le loro attività, e questo ha instaurato una feroce competizione tra i ricercatori. Secondo McCutchen, a quel punto si è instaurata una sorta di dittatura dei mediocri, perché gli scienziati meno brillanti si sono inseriti nei luoghi-chiave della distribuzione dei fondi per la ricerca e hanno gestito il denaro con la scarsa lungimiranza che c’era da aspettarsi da gente di poco spessore. Oltretutto queste persone, per difendere le corporazioni, sarebbero state eccessivamente indulgenti nei confronti di giochi di potere e mafie accademiche.
Fin qui le opinioni di McCutchen, ma che i risultati della ricerca accademica americana siano diminuiti proporzionalmente alla crescita della popolazione di scienziati è un fatto negato da pochi e confermato da studi come quelli famosi di Derek De Solla Price, fondatore della scientometria. Sostanzialmente l’aumento numerico di scienziati favorisce l’emergere dei mediocri, questo perché i geni originali e talentuosi, così come i dilettanti senza arte né parte, rappresentano gli estremi di una distribuzione gaussiana, al centro dei quali c’è invece la vasta rappresentanza dei mediocri. In un sistema altamente competitivo come quello che si è venuto a realizzare ovviamente, per ragioni statistiche, la massima parte delle posizioni di garanzia e controllo esistenti sono state occupate da persone appartenenti alla sezione centrale della gaussiana, cioè i mediocri, ma questi poi hanno avuto la tendenza a selezionare, e quindi favorire, solo i progetti all’altezza delle loro capacità di comprensione, scartando i dilettanti ma anche gli innovatori geniali. Un esempio di questo tipo di discriminazione ci viene offerto dalla biografia di Rosalyn Yalow. La biofisica americana vinse il Nobel per la medicina con un fondamentale articolo che precedentemente era stato rifiutato da due autorevolissime riviste di settore. Curiosamente, una delle due riviste si giustificò dicendo “Le persone veramente immaginative e creative non possono essere giudicate dai loro pari, perché non ne hanno”.

Questo è il contesto che secondo alcuni caratterizza attualmente l’ambiente della ricerca scientifica americana. Ed è un contesto che stimola facilmente i ricercatori, non all’altezza di rispondere alle richieste a cui sono legati i finanziamenti, ad utilizzare espedienti e inganni, più o meno grandi. Ma la cosa più problematica è che gli organi che dovrebbero vigilare tenderebbero a lasciar fare senza puntare i riflettori sui truffatori, per il bene di tutto il sistema. Sembra che il sistema sia fortemente autoconservativo e che lotti contro qualsiasi cosa possa metterlo in discussione. Per capire meglio cosa si intende con queste affermazioni può essere utile, ancora una volta, un esempio: a tale scopo ci viene in soccorso il “caso “Baltimore”. Nell’ ’86 la rivista “Cell” pubblicò un articolo firmato dal premio Nobel David Baltimore e da altri scienziati che riguardava il cosiddetto “topo transgenico”, un topo al quale era stato sostituito un gene con un omologo proveniente da un’altra razza di topi. Senza entrare nei dettagli, l’articolo sosteneva che nel topo così trattato si erano verificate determinate reazioni immunologiche dalle implicazioni molto importanti. Il problema è che uno dei pilastri di questo studio era costituito dagli esperimenti di una dei firmatari dell’articolo, Thereza Imanishi-Kari, e che i risultati da questa ottenuti furono messi in discussione da una sua ex collaboratrice, Margot O’Toole. Durante il periodo di collaborazione le due ricercatrici produssero risultati in contrasto l’uno con l’altro, e ad un certo punto la Imanishi-Kari accusò la O’Toole di essere semplicemente incompetente, e questa abbandonò il progetto e finì altrove a dedicarsi a nuove ricerche.

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Un’elettroforesi esibita in “Altered repertoire of endogenous immunoglobulin gene expression in transgenic mice containing a rearranged mu heavy chain gene”, il tristemente famoso articolo firmato da Baltimore, Imanishi-Kari, Costantini, Albanese, Reis, Weaver

Quando però uscì il famoso articolo tra i cui firmatari compariva anche la Imanishi-Kari, ritrovando descritti dei risultati che secondo la sua esperienza sul campo erano impossibili, si reinteressò alla vicenda e coinvolse vari organi che avevano la possibilità di effettuare un controllo, i quali però minimizzarono il tutto rifiutandosi di andare fino in fondo. Fortunatamente Ned Feder e Walter Stewart, due scienziati dipendenti dei National Institutes of Health (NIH) che parallelamente al loro lavoro coltivavano l’hobby di smascherare le frodi scientifiche, si interessarono alla faccenda: leggendo le note di laboratorio della O’Toole si convinsero che effettivamente l’articolo incriminato non poteva avere basi, ma quando tentarono di pubblicare un loro rapporto i supervisori che lo esaminarono dichiararono che non aveva i requisiti necessari alla pubblicazione perché basato su documentazione insufficiente. Decisero allora di contattare tutti i coautori dell’articolo per chiedere loro ulteriore materiale, ma a quel punto entrò in scena Baltimore in persona, infuriato per quella che considerava un’inaccettabile intromissione. Intanto i NIH avevano proibito ai due di esporre le loro perplessità anche come privati cittadini, dunque la mossa successiva di Feder e Stewart fu di inviare il loro rapporto a cento rinomati scienziati americani chiedendo loro di esporre il proprio parere. Nella lettera chiedevano poi anche sostegno in un’altra battaglia molto più personale: gli organi direttivi dei NIH avevano accusato i due scienziati di aver prodotto troppo poco negli ultimi anni e di non avere l’autorizzazione per improvvisarsi “cacciatori di frodi” e i loro finanziamenti vennero drasticamente ridotti. Queste cose, e il fatto che i due furono costretti ad abbandonare la loro vecchia stanza per trasferirsi in un seminterrato, avevano tutta l’aria di essere una misura punitiva.

Grazie al loro intervento comunque la questione fu portata fino al Congresso degli Stati Uniti e diede il via a due inchieste parlamentari. Nel frattempo però anche Baltimore aveva scritto la sua versione dei fatti a diversi nomi del mondo scientifico, presentando questo tentativo di creare uno scandalo come una minaccia per la stessa libertà di ricerca scientifica: “Credo che sia di grande importanza che io riferisca queste cose non solo per dimostrare che né io né nessuno degli altri coautori dell’articolo possiamo realmente essere compromessi per questo attacco ma per un’altra ben più importante ragione: un piccolo gruppo di outsiders, in nome di un supposto, immaginario, errore ha intenzione di utilizzare questa piccola e normale disputa scientifica per consentire l’introduzione di nuove leggi e regolamenti dell’attività scientifica, leggi e regolamenti che io considero pericolosi per la scienza americana”.
Quest’ultima cosa era l’esatto opposto di ciò che pensava invece John Dingell, capo di una delle due inchieste parlamentari di cui sopra, convinto da tempo che il mondo scientifico americano non avesse i meccanismi immunitari per difendersi da questi malfunzionamenti. Di più, Dingell sosteneva che ogni anno le frodi scientifiche causassero addirittura un danno economico al paese, anche a causa di università e istituzioni che proteggevano i truffatori pur di non far scoppiare scandali. Ecco perché, quando i NIH si espressero definitivamente sulla questione sancendo l’innocenza di Baltimore, Imanishi-Kari e degli altri autori dell’articolo, Dingell sfruttò la sua posizione per far intervenire i servizi segreti: le loro indagini dimostrarono inequivocabilmente che Thereza Imanishi-Kari aveva manipolato le note di laboratorio abbastanza da inficiare l’intera ricerca. In effetti si scoprì che alcuni degli esperimenti cruciali non erano stati nemmeno effettuati!
A seguito di tutto questo trambusto, i NIH pubblicarono finalmente un secondo rapporto in cui si riconoscevano le responsabilità di Imanishi-Kari, accusata di truffa, e di Baltimore, accusato di tentato insabbiamento. Quest’ultimo difronte all’evidenza prese alla fine le distanze dalla collega truffatrice e ritrattò l’articolo, ma la sua reputazione era ormai danneggiata.
Tra le riviste scientifiche che si erano schierate subito acriticamente con Baltimore o contro Dingell: “Cell”, “Science”, “Journal of immunology” e inizialmente anche “Nature”. Tra i giornali non scientifici il “New York Times”, il “Washington Times”, il “Washington Post” e il “Wall street journal”.
Questa è una storia in un certo senso finita bene, nel senso che alla fine la verità dei fatti è stata ristabilita, ma per un episodio finito in questo modo non è dato sapere quanti ce ne sono in cui invece le istituzioni e i grandi nomi riescono ad insabbiare gli scandali e a tutelare i truffatori.
LA SITUAZIONE EUROPEA E LA POPOLAZIONE DEGLI SCIENZIATI
D’accordo, ma le cose in Europa vanno diversamente? In realtà pare che anche qui le truffe si verifichino, alcuni celebri casi scoperti sono quelli del francese Jacques Benveniste, con la sua “memoria dell’acqua” (che tanto cara fu ai cultori dell’omeopatia), dell’inglese M. J. Purves, con le sue affermazioni sul consumo di zucchero da parte del cervello degli embrioni di pecora, o del tedesco Robert Gullis, con la relazione tra alcuni messaggeri nervosi e il GMP ciclico. Di quest’ultimo è di qualche interesse la lettera che inviò a Nature e che ricorda le abiure degli eretici davanti all’Inquisizione:
“Desidero mettervi al corrente del fatto che alcuni articoli pubblicati in vari giornali da me come autore principale non sono affidabili. Le curve e i valori pubblicati sono pura invenzione della mia fantasia e, nel corso della mia breve carriera di ricercatore scientifico, ho pubblicato più mie ipotesi che risultati individuati per via sperimentale. Ero così convinto delle mie idee che molto semplicemente le ho messe su carta… Assumo la piena e totale responsabilità di tutti questi sfortunati incidenti e sono pronto a pagarne le conseguenze. Spero anche che la mia esperienza serva da monito ad altri e desidero anche chiedere scusa alla comunità scientifica e alle varie persone implicate”.
Si direbbe comunque che in Europa avvengano meno imbrogli, ma questo pare non dipenda da una libertà d’azione degli scienziati considerevolmente maggiore o da un sistema di finanziamento esemplare.
In realtà il sistema in Europa è una sorta di ibrido tra i finanziamenti indiscriminati e senza vistosi vincoli burocratici e il sistema americano, con percentuali di preminenza di un fattore o dell’altro che variano da paese a paese. In Italia i finanziamenti non passano attraverso peer review e bene o male tutti i laboratori partecipano alla spartizione dei fondi pubblici, che però sono pochissimi rispetto a quelli americani. Resta il fatto che, in assenza di procedure e criteri sufficientemente rigorosi, può capitare che laboratori meno seri e produttivi assorbano più denaro di altri più meritevoli, ma se non altro di sicuro questo sistema non incentiva in alcun modo le frodi.
In generale questo vale un po’ per tutto il vecchio continente: dal momento che non ha l’ansia per le pubblicazioni frequenti, che per l’Americano sono di importanza vitale perché il sistema ne tiene conto per erogare i finanziamenti, l’Europeo non è immerso in un contesto altamente competitivo ed è quindi tendenzialmente meno portato a imbrogliare.
D’altro canto, il sistema americano è molto più trasparente, dunque è più probabile che in America una truffa venga scoperta, mentre in Europa ci saranno anche meno imbrogli ma passano più facilmente inosservati.
Sostanzialmente, i singoli sistemi hanno tutti le loro falle, tuttavia la scienza moderna è in difficoltà ovunque, a prescindere dai singoli sistemi, a causa di un problema che interessa tutti i paesi: l’enorme numero raggiunto dagli scienziati.
Dagli studi di De Solla Price si evince che la popolazione scientifica si raddoppia all’incirca ogni dodici anni e mezzo, un intervallo di tempo durante il quale la popolazione nel complesso non varia sensibilmente. Questo fissa ovviamente un limite massimo al numero di scienziati che possono esserci, ma il dato più importante è che, mentre il numero degli scienziati globalmente raddoppia ogni dodici anni e mezzo, quello degli scienziati geniali ci mette circa vent’anni a raddoppiare. In pratica all’aumentare degli scienziati diminuisce la rilevanza di quelli davvero capaci, a favore di quelli mediocri.
Più aumentano gli scienziati e più è difficile fare nuove
scoperte.

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Derek De Solla Price accanto ad una riproduzione
del meccanismo di Anticitera da lui studiato

Ma esiste anche un problema economico: il costo della scienza cresce al quadrato rispetto alla crescita degli scienziati, quindi più aumentano gli scienziati e più il mantenimento finanziario della ricerca si fa difficile da sostenere. Ovvio che però i fondi erogati non possono crescere indefinitamente, e che quindi prima o poi si assesteranno su una cifra massima mentre il numero di scienziati sarà ancora libero di aumentare, riducendo la quota a disposizione per ognuno. La storia dei finanziamenti alla ricerca dimostra proprio andamenti di questo tipo.

Lo scenario futuro quindi sembra essere caratterizzato da una scienza sempre più improduttiva e costosa. La soluzione prospettata da De Solla Price è di quelle che fanno storcere molti nasi: trasferire gradualmente le attività di ricerca in paesi in via di sviluppo, lì la scienza costerebbe di meno e quindi non si avrebbero
i problemi appena segnalati che segnano Europa e Stati Uniti, inoltre per questo stesso motivo non si creerebbe la mostruosa competizione che in America ha contribuito al proliferare di articoli fraudolenti, e non sarebbero nemmeno necessari in effetti quei meccanismi di controllo che hanno penalizzato gli scienziati più originali.
LA CONSAPEVOLEZZA DEL PROBLEMA
Comunque si è sempre più consapevoli dell’esistenza delle truffe scientifiche e del loro impatto non sempre trascurabile.
In America negli anni ’80 Al Gore poteva ancora impunemente dichiarare che le frodi scientifiche non rappresentavano un problema e che solo un pazzo poteva pensare di falsificare dei dati scientifici, e la Società Americana di Fisica poteva ancora vantarsi di non aver bisogno di dotarsi di un formale codice etico, vista la lunga tradizione di rigore ed integrità morale che poteva esibire. Tuttavia quest’ultima nel 2002 si sconfessa adottando delle linee guida per una corretta condotta professionale. Proprio in quell’anno infatti un articolo di fisica pubblicato su Physical Review Letters fu ritrattato dai suoi autori dopo che si era scoperta la frode di uno di loro, e i laboratori di Murray Hill, nel New Jersey, furono costretti invece ad allontanare un loro ricercatore che, si era scoperto, aveva pubblicato per anni immagini e dati manipolati.
E negli anni successivi non mancarono altri scandali: nel 2004 l’università di Bonn ritira il titolo di dottore in chimica a Guido Zadel, reo di aver falsificato dei dati, nel 2007 vengono ritirati diversi articoli di cosmologia e fisica gravitazionale a causa di una massiccia opera di plagio operata da due scienziati turchi, nel 2010 la PhD in chimica Bengu Sezen perde il dottorato per aver falsificato misure di risonanza magnetica nucleare, ecc. Nel

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Un celebre saggio di Sokal e Bricmont, all’interno
anche materiale relativo alla beffa ai danni del giornale Social Text

2015 invece l’editore BioMed Central ha ritirato 43 articoli scientifici a causa di irregolarità nel processo di revisione dei pari.

Un caso molto interessante, che mette in luce i limiti dei meccanismi di selezione delle riviste, è quello verificatosi nel 2014: un espert

 

o di informatica dell’università di Grenoble, Cyril Labbé, ha dimostrato che oltre 120 articoli pubblicati tra il 2008 e il 2013 non avevano il minimo senso perché erano stati in realtà generati da SCIgen, un software realizzato nel 2005 da ricercatori del Massachusetts Institute of Technology proprio per dimostrare che le riviste accettavano spesso lavori di cui non comprendevano il senso. La conseguenza fu il ritiro di questi articoli dagli archivi elettronici della Springer e dell’Institute of Electrical and Electronic Engineers.

Per quanto riguarda le riviste Open Access, nel 2013 il biologo John Bohannon riuscì a far accettare un articolo scritto da lui ma volutamente improponibile, pieno di errori madornali, a 157 riviste, molte delle quali si vantavano di selezionare gli articoli col meccanismo della revisione paritaria. Va detto che però molte altre non caddero nel tranello e riuscirono a stabilire che l’articolo non era valido.

Per completezza va detto che scherzi simili riescono anche al di fuori dell’ambiente scientifico: nel ’96 Alan Sokal era riuscito a far accettare sul giornale di studi culturali Social Text un articolo-truffa in cui si affermava che la gravità quantistica era un
costrutto sociale, nel 2017 James Lindsay e Peter Boghossian replicano il successo riuscendo a far pubblicare a riviste dello stesso settore un articolo in cui si affermava, secondo le stesse parole dei due autori, “che il cambiamento climatico è concettualmente causato dal pene”.
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Letharia vulpina. Nella finzione di un articolo-burla di John Bohannon questo lichene contiene una molecola dalle proprietà antitumorali

A seguire qualche dato aggiornato sull’entità attuale delle truffe scientifiche.

Il 2% dei ricercatori ammette di aver commesso qualche scorrettezza nella propria carriera
Il 4% di fisici e chimici e l’80% di biologi e medici dichiara di conoscere personalmente casi in cui sono stati tenuti comportamenti poco corretti.
Nel decennio che va dal 2000 al 2010 le ritrattazioni sono aumentate oltre un fattore dieci, a fronte di una crescita delle pubblicazioni che è solo del 44%. Diminuiscono poi sempre di più le ritrattazioni per errori in buona fede mentre aumentano quelle dovute a falsificazioni dei dati.
Dati riportati da Stefano Ossicini nell’articolo “I Pinocchi della scienza – cattive condotte e la struttura della ricerca scientifica”, ospitato sulla rivista “Il Nuovo Saggiatore- Bollettino della società italiana di fisica”, precisamente nel Vol. 34, N. 1-2, anno 2018.

Per approfondire il tema generale si consiglia il volume “Le bugie della scienza” di Federico Di Trocchio (Mondadori 1993), un po’ datato ma ancora interessante.

L’immagine d’apertura è di Gideon Burton

Fonte: Storia delle Idee.

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