Un classico ogni trenta giorni

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Faccio qui pubblica ammenda di quanto ho pubblicato ieri a proposito delle presunte dichiarazioni di Wael Farouk riportate in modo falso e distorto da Italia Oggi, sulle quali non ho fatto, colpevolmente, le dovute verifiche.
Riporto l’intero dello splendido articolo di Farouk così come mi è stato inviato dall’amico Valerio Lessi, che ringrazio non solo perché mi ha permesso di ritrattare, ma anche perché mostra fattivamente come pure sul Web il confronto per la ricerca della verità sia possibile.

Aggiungo solo che la sostanza del mio pezzo, centrato sulla omologazione tra moralismo Islamico e moralismo Occidentale, mantenga una sua validità proprio in base a quel problema dell’”identità” affrontato da Farouk sul piano civile e politico, ma non specificamente culturale.
Bruno Sacchini

«Un ragazzo italiano di origine cinese mi ha detto che, ogni volta che visita Pechino, nessuno lo chiama col suo nome: lo chiamano “banana”, perché è giallo fuori (per il colore della sua pelle) e bianco dentro (per la sua cultura).
Molti italiani di origine straniera si sentono come lui: estranei nelle loro società originarie, a causa della loro cultura, ed estranei nella società italiana, a causa della loro etnia e del colore della loro pelle.
Per questo, a partire dall’anno nuovo, smetterò di utilizzare locuzioni infelici come “seconda generazione”, espressione che allude ai figli di immigrati come a stranieri figli di stranieri. In realtà, questi figli e figlie nati in Italia, nel cui contesto hanno preso forma la loro coscienza e il loro gusto per la vita, sono “italiani di origine straniera”.
Un altro termine che smetterò di usare è “integrazione”, che è qualcosa che può avvenire solo fra forme rigide. L’integrazione, infatti, è un compromesso fra due parti, ognuna delle quali ritiene che sia l’altra a dover cambiare per adattarsi a lei.
Ci integriamo per evitare il conflitto, ma se il conflitto fra stereotipi è pericoloso, il dialogo fra stereotipi lo è ancora di più, perché nel primo sappiamo che c’è qualcosa di sbagliato e cerchiamo una soluzione, mentre nel secondo non avvertiamo il cancro che si diffonde, se non poco prima che deflagri o causi la morte.
Il modello inglese di integrazione, nonostante la sua grande apertura verso le religioni e l’accettazione della loro presenza nello spazio pubblico, è fallito ed è fallito anche il modello laico francese che esclude le religioni e criminalizza la loro presenza nello spazio pubblico.
Questo è accaduto, perché entrambi i modelli – malgrado la forte differenza fra loro – hanno in comune l’esclusione della persona a vantaggio della forma.
Il modello inglese integra l’Islam come religione, ma ciò significa integrare un insieme di simboli e stereotipi a discapito del pluralismo e delle differenze fra credenti.
In altre parole, nello spazio pubblico è presente la religione, non la persona.
Nel modello francese, invece, integrazione significa che i cittadini, per accedere allo spazio pubblico, devono rinunciare a gran parte di quanto pensano sia la fonte del loro essere.
Pertanto, anche questo modello ha come risultato l’assenza della persona in tale spazio.
Per questo, agli splendidi italiani e alle splendide italiane di origine straniera, io dico: non integratevi, interagite.
Cambiate voi stessi e le vostre società, perché sia la persona che la società sono uno spazio aperto alla generazione di nuovo significato per la vita. Dico loro: non sentitevi estranei, voi siete l’energia vitale di società colpite da senescenza.
Siete il raggio di speranza di società sfibrate dalla corruzione dello spirito, prima ancora che dalla corruzione economica e politica.
Non siete senza un’identità, siete l’identità del nuovo mondo.
L’identità, infatti, non è qualcosa che si eredita dal passato, ma il presente intento ad agire per costruire il futuro.
L’identità è dove il passato e il futuro si incontrano.»
Wael Farouk

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