Un classico al mese

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Ci sono dei momenti, nella traduzione, in cui ci si trova a dover affrontare situazioni che urtano la nostra sensibilità di moderni. Non sto parlando di idee o concetti sbagliati, che dovremo riportare fedelmente; piuttosto, di frasi o termini che si pongono sulla sottile linea che separa il vero dal falso, ma dalla parte sbagliata. Si tratta spesso di dettagli che dai coevi dell’autore contribuivano a creare una certa atmosfera, ma che per noi la rompono irrimediabilmente.

Un esempio: nella descrizione dei dintorni di Sicca Veneria, Newman dice che c’erano campi di corn. Sappiamo benissimo che questa parola indica il granturco; possiamo anche immaginare che agli occhi di un inglese del XIX secolo, per cui la campagna era composta per lo più da campi di mais, non stonasse minimamente. L’esperienza che il lettore ne faceva era perfettamente armonica, anzi rendeva più vicino il racconto. Per noi è diverso. La nostra raffinata preparazione scolastica ci fa saltare sulla sedia a leggere di granturco in Europa con 1200 anni in anticipo. Non sapremo più distinguere le sottigliezze del filioque, ma ci infastidisce chi confonde il grano col kamut, figuriamoci col granturco. Un cereale di importazione ci infastidisce molto più della violazione dello spirito di un’epoca; siamo stati abituati a questo tipo di pedanteria fin dalla scuola e questo può rompere la nostra immersione nel racconto.

Qui come non mai, il traduttore deve porsi delle domande. O forse la domanda. Che cos’è la traduzione? È riportare le esatte parole dette dall’autore? Oppure cercare di renderne l’intenzione? Meglio essere inflessibili o cercare di riprodurre l’atmosfera? Il problema è che carta canta. Non ci si può inventare davvero la traduzione, né la si può forzare eccessivamente per quanto libera. Tuttavia è proprio in questi casi che il lavoro di traduzione può diventare un’arte; che la ricerca sul dizionario non diventa più una meccanica necessità, ma una scelta ponderata. Ora, in questo caso, siamo fortunati. Esiste un traducente che ci permette di salvare capra e cavoli ed è ‘cereali’. Si noti che la libertà qui presa non è troppo diversa dal “corn corn” dei corvi di Game of Thrones, tradotto come “grano grano” per mantenere l’onomatopea. Qui si tenta di tenere in piedi un’atmosfera cercando di violentare il minimo possibile il testo.

Certo, il nostro autore rovinerà tutto questo sforzo parlando di pomodori un paio di capitoli dopo, e lì non ci sarà nulla da fare. Questo sforzo, però, non sarà andato perduto. D’altra parte, nei casi irrimediabili, non è certo necessario forzare la mano. Non solo perché occorre che la traduzione resti, per quanto libera, fedelmente ancorata al testo originale e chiaramente all’interno di binari dati da regole precise e difficilmente valicabili; ma anche perché certo anche nel 1800 ci saranno stati lettori che sapevano che il granturco e i pomodori venivano dalle Americhe. Se poi non ce ne fossero stati, poco cambierebbe; il testo era imperfetto e non sta al traduttore, per quanto affettuoso, emendarlo. D’altra parte, l’esperienza del disagio che il lettore a noi contemporaneo ne fa è una ricchezza da non buttare via. Gli eviterà di fare lo stesso errore e gli rinfrescherà qualche nozione di storia dell’agricoltura; nessun autore, di suo, avrà mai preteso che il suo libro provochi uguali reazioni in tutte le epoche.

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