Un classico al mese

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Nei giorni scorsi mi è capitato di discutere con alcune persone che hanno trovato inopportuna e offensiva la mia generalizzazione sui Rom, secondo la quale si tratta di una comunità che vive nell’illegalità.

Certo le generalizzazioni non sono mai esatte, come mi ha ricordato qualcuno. Ma una generalizzazione è una semplificazione, a che pro far presente che non corrisponde all’esatta realtà? Tanto varrebbe mettermi a conoscenza del calore del Sole o del fatto che l’acqua è bagnata. Anche perché se dobbiamo parlare di comunità, non possiamo che generalizzare; è una cosa che fanno pure sociologi e antropologi, pur coi loro strumenti qualitativi e quantitativi.

Ma la pietra dello scandalo è stata un’altra, in realtà. Ciò che ha innescato la discussione e che mi ha lasciato davvero basito è stato l’affermare di qualcuno che la maggior parte dei Rom o comunque una grossa parte di essi vive assolutamente come noi: lavora, paga le tasse, studia etc. Io non potevo capacitarmi di questa mancanza di prospettiva, di questo scollamento dalla realtà, perché conosco personalmente situazioni di campi nomadi e perché le cronache sono sempre state piene di notizie a riguardo. C’era a mio avviso una disonestà intellettuale da togliere il fiato in tutto questo.

Poi però ho capito: dietro a quelle affermazioni c’era una convinzione ancor più fantasiosa e assurda di quanto pensassi. Chi dice che i Rom per la gran parte vivono come noi sta facendo riferimento a una categoria realmente esistente, cioè a quelle persone di origine Rom o Sinta che sono cittadine italiane, magari pure da generazioni. Parlano di quegli uomini e di quelle donne che posseggono la cittadinanza italiana, per l’appunto, e che lavorano, studiano, pagano le tasse, frequentano gli stessi posti che frequentiamo noi e praticano gli stessi sport che pratichiamo noi; non si vestono nemmeno con gli abiti tradizionali Rom, hanno l’accento dei luoghi in cui vivono e via dicendo. Lo stesso Saverio Tommasi, nel tentare di dimostrare con un video-intervista su Fanpage che i nomadi non rubano, finisce per fare un buco nell’acqua (l’ennesimo), portando le testimonianze di ragazzi e ragazze perfettamente integrate: c’è chi studia Giurisprudenza, chi fa lo stilista, chi l’attrice.

Questa gente vive l’essere Rom al massimo come una faccenda di origini, un orgoglio simile a quello di quegli italo-americani di terza o quarta generazione che ricordano la nonna calabrese immigrata negli States all’inizio del XX secolo. Questi non sono Rom come s’intende comunemente, non fanno in alcun modo parte di quei gruppi che vivono nei campi, senza documenti e che rifiutano ogni tipo di integrazione.

E dunque, quanto poco cervello deve avere uno per pensare che io, parlando di delinquenti, mi riferissi a chi ha tutti i documenti in regola e lavora e studia come tutti noi? I casi sono due: o l’ideologia è così forte da far ignorare verità lapalissiane, o la materia grigia è così carente da impedire di comprendere il concetto più semplice e demenziale.

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