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Sono molto dispiaciuto di dover criticare a zero il moderno ecumenismo, ma nella Città di Dio non sono i teologi a dialogare con l’esterno; se lo fanno non vanno oltre al desiderio infinito che è sì il fondamento della religione di ciascuno, ma di certo non lo è della teologia e della dottrina, che si fondano su delle realtà oggettive ed esterne. L’uomo che è addetto a questo compito è il poeta. Per lui solo le mura della città non sono dei confini non oltrepassabili senza il rischio di perdersi, perché lui solo cerca in ogni cosa la conferma di ciò che già sa. Apre le finestre verso l’esterno senza paura e all’esterno racconta le meraviglie di ciò che c’è dentro; può dialogare con ogni uomo perché non si impone di ricordargli ogni volta il suo desiderio primario e infinito, ma è in grado di coglierne i frammenti in quelli piccoli e finiti, senza l’ansia oppressiva di doverli ricondurre al primo. Il poeta non ha alcun bisogno di una trattazione sistematica, o forse semplicemente ha rinunciato in partenza a produrla; è troppo affascinato dai particolari meravigliosi per perdere troppo tempo nell’universale invisibile. Per questo la sua fede è solida, perché non è mai astratta e dato che non è mai astratta, non ha bisogno di dover trarre i principi primi per doverne dialogare: per lui è il racconto della sua vita, delle sue ambizioni, dei suoi amori, dei suoi piccoli successi e insuccessi. Se chiedete al poeta chi è Dio, se non si vergogna troppo a dire quel che pensa, dirà che è Colui che ha fatto la donna che ama; e se un ateo vedrà la donna che lui ama, persino lui qualche dubbio se lo farà venire.

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