Un classico ogni trenta giorni

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Il dolore ci scandalizza perché non sappiamo più dare il giusto valore alla vita. L’argomentazione più forte di chi non crede in Dio è l’esistenza del male, della malattia, della sofferenza. Logicamente questo ci porta a ragionare secondo un criterio di esclusione o quantomeno contraddizione: “ma se Dio è infinitamente buono, perché esiste la sofferenza? La malattia?”. E questa domanda si fa tanto più pressante e dilaniante quanto più osserviamo la sofferenza innocente, quella dei bambini. Basta visitare un reparto di oncologia pediatrica per rimanere col cuore straziato, schiacciato da tanta sofferenza ingiusta. Insomma, una volta capito che il dolore ci scandalizza, dobbiamo capire anche il perché ha questo potere su di noi: purtroppo abbiamo perso il senso della vita e del suo valore e questo lo si può osservare da un ormai diffusissimo favor mortis che ha quasi soppiantato il favor vitae nelle leggi, negli ospedali, nel cuore dell’uomo. Fino al punto da desiderare la morte alla vita per un altro essere umano con una barbarie come l’eutanasia. Perché dico questo? Perché se avessimo una minima percezione di cosa significa e cosa implica la vita, non staremmo qui a discutere se Dio esiste o meno basandoci sul solo parametro della sofferenza. La vita è qualcosa che si fa molta fatica a definire, è quasi un’entità aleatoria che c’è ed è dovuto a tutti che ci sia. Ma il ruolo della sofferenza e della malattia in tutto ciò è quello di ricordarci che no, la vita non è “dovuta”. É semmai un dono che riceviamo gratuitamente, così gratuitamente che neanche ce ne accorgiamo. La domanda vera è: dono di chi? Ecco la domanda giusta (cito un capolavoro della letteratura fantasy, di Asimov). Non abbiamo tempo per domande sbagliate e ancor meno per risposte campate in aria. In genere suggerisco fortemente alle persone di studiare la biologia e la chimica perché, a mio parere, sono delle basi di partenza molto valide per riuscire a percepire la bellezza della vita. Attenzione però, sono basi, non sono la risposta alla domanda fatta pocanzi: lo dimostra il fatto che tantissime persone, medici, infermieri, biologi, che pur avendo studiato gli incredibili meccanismi che ci consentono di parlare, pensare, respirare, sono contro la vita e la odiano fino al punto di sopprimere una vita innocente nel grembo materno usando come argomentazione menate del tipo “prima del terzo mese non è vita”. É necessaria una visione di insieme (e non meramente didattica, o per compartimenti stagni) per riuscire ad intravedere che per ogni sofferenza ci sono altri cento miracoli che camminano. Si, ognuno di noi è un miracolo che fa cose impensabili: vi basti pensare che un mitocondrio (un organello cellulare più piccolo del micrometro) da un po’ di glucosio ricava una fonte energetica che ci permette di fare tutto e invece nel mondo ci si danna l’anima per trovare qualche fonte d’energia alternativa perché andiamo contro all’esaurimento delle risorse petrolifere. Forse è proprio quell’energia sotto forma di ATP che, potenzialmente, potrebbe permettere all’uomo di utilizzare le incredibili risorse del suo cervello per scoprire metodi sempre più efficaci per lenire la sofferenza, anche quella innocente: scoprendo nuove cure partendo dalla base dell’esistente. Questo lo si fa con la vita, certo non con la morte e ancor meno con la pretesa di eliminare totalmente la sofferenza in un delirio di onnipotenza che porta solo alla rovina. Noi non siamo più in grado di fare questo rapporto 1:1 vita-malattia: oggi il “valore” negativo della seconda sorpassa di gran lunga il valore della prima. La malattia si presenta quando le cose non funzionano e noi siamo permeati da una cultura che tende a farci vedere SOLO cose che non funzionano: basti vedere, a titolo d’esempio, i telegiornali che con le loro notizie di cronaca nera mandano di traverso la cena. Il bene immenso che noi riteniamo mera normalità dovuta (e sottolineo quest’ultima parola perché è la chiave di volta), passa giustamente in secondo piano rispetto ad un male così eclatante. Riacquistiamo il senso della vita e riusciremo a ridimensionare anche il senso della morte e del dolore, a dare il “giusto peso”, ricordando sempre che Cristo ha sofferto nella Passione, è morto in Croce, ma poi è davvero Risorto, anche per chi non vuol crederGli.

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Teo(r)Etica Perso il senso della vita rimane solo lo scandalo del dolore