Pasolini profetico nel 1974

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Pasolini più attuale che mai (allegato sotto).
Un articolo profetico di PPP del 1974 sul Corriere della Sera parte dalla fotografia di un Papa che gioca e indossa folcloristicamente un copricapo pellerossa, per passare poi in rassegna l’asservimento della Chiesa al codice edonistico della TV e dei mezzi di comunicazione e la collaborazione con quei poteri che vogliono liquidarla.
Qualcuno troverà l’attuale strategia del vertice cattolico estremamente pasoliniana perché incline al recupero di alcune tematiche di matrice marxista, altri invece riterranno che la presente critica di Pasolini mai abbia valso tanto quanto oggi, per via di un’agenda che i media sembrano dettare alla Chiesa e per aperture liberal sui grandi temi (famiglia, matrimonio, fine vita, reciproca ordinazione dei sessi, ecumenismo al ribasso) che sono il volto più coerente del comunismo, sì, ma come “consenso comunista all’ordine tecnocratico neocapitalistico” (Augusto Del Noce), quindi come integrazione transpolitica di tutti gli errori della modernità e la loro ricomprensione illuministica.
La chiave è probabilmente, ancora una volta, quella del nichilismo e quindi della “dittatura del relativismo” come estremo volto dell’irreligione, ma che Pasolini dicesse queste cose nel 1974, peraltro da parte marxista (senza “pregiudizi reazionari”) conferma come la crisi non sia nata in questi ultimi anni, e parta invece da lontano, almeno almeno dal Concilio Vaticano II.

“I dilemmi di un Papa, oggi”, di Pier Paolo Pasolini

Corriere della Sera, 22 settembre 1974

Forse qualche lettore è stato colpito da una fotografia di Papa Paolo VI con in testa una corona di penne Sioux, circondato da un gruppetto di «Pellerossa» in costumi tradizionali: un quadretto folcloristico estremamente im­barazzante quanto più l’atmosfera appariva familiare e bonaria.
Non so cosa abbia ispirato Paolo VI a mettersi in te­sta quella corona di penne e a posare per il fotografo. Ma: non esiste incoerenza. Anzi, nel caso di questa fo­tografia di Paolo VI, si può parlare di atteggiamento particolarmente coerente con l’ideologia, consapevole o inconsapevole, che guida gli atti e i gesti umani, facen­done «destino» o «storia». Nella fattispecie, «desti­no» di Paolo VI e «storia» della Chiesa.
Negli stessi giorni in cui Paolo VI si è fatto fare quella fotografia su cui «il tacere è bello» (ma non per ipocri­sia, bensì per rispetto umano), egli ha infatti pronun­ciato un discorso che io non esiterei, con la solennità dovuta, a dichiarare storico. E non mi riferisco alla sto­ria recente, o, meno ancora, all’attualità. Tanto è vero che quel discorso di Paolo VI non ha fatto nemmeno notizia, come si dice: ne ho letto nei giornali dei resoconti laconici ed evasivi, relegati in fondo alla pagina.
Dicendo che il recente discorsetto di Paolo VI è sto­rico, intendo riferirmi all’intero corso della storia della Chiesa cattolica, cioè della storia umana (eurocentrica e culturocentrica, almeno). Paolo VI ha ammesso infatti esplicitamente che la Chiesa è stata superata dal mon­do; che il ruolo della Chiesa è divenuto di colpo incerto e superfluo; che il Potere reale non ha più bisogno della Chiesa, e l’abbandona quindi a se stessa; che i problemi sociali vengono risolti all’interno di una società in cui la Chiesa non ha più prestigio; che non esiste più il proble­ma dei «poveri», cioè il problema principe della Chie­sa ecc. ecc. Ho riassunto i concetti di Paolo VI con pa­role mie: cioè con parole che uso già da molto tempo per dire queste cose. Ma il senso del discorso di Paolo VI è proprio questo che ho qui riassunto: ed anche le pa­role non sono poi in conclusione molto diverse.
A dir la verità non è la prima volta che Paolo VI è sincero : ma, finora, i suoi impulsi di sincerità hanno avu­to manifestazioni anomale, enigmatiche, e spesso (dal punto di vista della Chiesa stessa) un po’ inopportune. Erano quasi dei raptus che rivelavano il suo stato d’animo reale, coincidente oggettivamente con la situa­zione storica della Chiesa, vissuta personalmente nel suo Capo. Le encicliche «storiche» di Paolo VI, poi, erano sempre frutto di un compromesso, fra l’angoscia del Pa­pa e la diplomazia vaticana : compromesso che non la­sciava mai capire se tali encicliche fossero un progresso o un regresso rispetto a quelle di Giovanni XXIII. Un papa profondamente impulsivo e sincero come Paolo VI aveva finito con l’apparire, per definizione, ambiguo e insincero. Ora di colpo, è venuta fuori tutta la sua sin­cerità, in una chiarezza quasi scandalosa, Come e per­ché?
Non è difficile rispondere : per la prima volta Paolo VI ha fatto ciò che faceva normalmente Giovanni XXIII, cioè ha spiegato la situazione della Chiesa ricorrendo a una logica, a una cultura, a una problematica non ecclesia­stica: anzi, esterna alla Chiesa; quella del mondo laico, razionalista’, magari socialista – sia pur ridotto e ane­stetizzato attraverso la sociologia.
Un fulmineo sguardo dato alla Chiesa «dal di fuori» è bastato a Paolo VI a capirne la reale situazione stori­ca : situazione storica che rivissuta poi «dal di dentro» è risultata tragica.
Ed è qui che è scoppiata, stavolta sinceramente, la sincerità di Paolo VI: anziché prendere la falsariga del compromesso, della ragion di Stato, dell’ipocrisia, sia pu­re postgiovannea, le parole «sincere» di Paolo VI hanno seguito la logica della realtà. Le ammissioni che ne sono seguite sono dunque ammissioni storiche nel senso solen­ne che ho detto: tali ammissioni infatti delineano la fine della Chiesa, o almeno la fine del ruolo tradizionale della Chiesa durato ininterrottamente duemila anni.
Certamente – magari attraverso le illusioni che non potrà non dare l’Anno Santo – Paolo VI troverà modo di ritornare (in buona fede) insincero, II suo discorsetto di questa fine d’estate a Castelgandolfo, sarà formalmente dimenticato, saranno alzate intorno alla Chiesa nuove rassicuranti barriere di prestigio e speranza ecc. ecc. Ma si sa che la verità, una volta detta, è incancellabile; e irreversibile la nuova situazione storica che ne deriva.
Ora, a parte i particolari problemi pratici (come la fine delle vocazioni religiose) sulla cui soluzione il Papa è apparso impotente a fare qualsiasi ipotesi, è su tutta la drammatica situazione della Chiesa che egli si dimostra del tutto irrazionale (cioè, ancora una volta in altro modo, sincero). La soluzione infatti che egli propone è «pregare». Il che significa che dopo aver analizzato la situazione della Chiesa «dal di fuori», e averne intuito la tragicità, la soluzione che egli propone è riformulata «dal di dentro». Dunque non solo tra impostazione e soluzione del problema c’è un rapporto storicamente illo­gico: ma c’è addirittura incommensurabilità. A parte il fatto che se il mondo ha superato la Chiesa (in termini ancora più totali e decisivi di quanto abbia dimostrato il «referendum») è chiaro che tale mondo, appunto, non «prega» più. Quindi la Chiesa è ridotta a «pre­gare» per se stessa.
Così Paolo VI, dopo aver denunciato, con drammatica e scandalosa sincerità il pericolo della fine della Chiesa, non dà alcuna soluzione o indicazione per affrontarlo.
Forse perché non esiste possibilità di soluzione? Forse perché la fine della Chiesa è ormai inevitabile, a causa del «tradimento» di milioni e milioni di fedeli (soprat­tutto contadini, convertiti al laicismo e all’edonismo con­sumistico) e della «decisione» del potere, che è ormai sicuro, appunto, di tenere in pugno quegli ex fedeli attraverso il benessere e soprattutto attraverso l’ideo­logia imposta loro senza nemmeno il bisogno di nomi­narla ?
Può darsi. Ma questo è certo : che se molte e gravi so­no state le colpe della Chiesa nella sua lunga storia di potere, la più grave di tutte sarebbe quella di accettare passivamente la propria liquidazione da parte di un po­tere che se la ride del Vangelo. In una prospettiva ra­dicale, forse utopistica, o, è il caso di dirlo, millenaristica, è chiaro dunque ciò che la Chiesa dovrebbe fare per evitare una fine ingloriosa. Essa dovrebbe passare all’op­posizione. E, per passare all’opposizione, dovrebbe pri­ma di tutto negare se stessa. Dovrebbe passare all’oppo­sizione contro un potere che l’ha così cinicamente ab­bandonata, progettando, senza tante storie, di ridurla a puro folclore. Dovrebbe negare se stessa, per riconqui­stare i fedeli (o coloro che hanno un «nuovo» bisogno di fede) che proprio per quello che essa è l’hanno ab­bandonata.
Riprendendo una lotta che è peraltro nelle sue tradi­zioni (la lotta del Papato contro l’Impero), ma non per la conquista del potere, la Chiesa potrebbe essere la gui­da, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che ri­fiutano (e parla un marxista, proprio in quanto marxi­sta) il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi, più repressivo che mai; corruttore; degradante (mai più di oggi ha avuto senso l’affermazione di Marx per cui il capitale trasforma la dignità umana in merce di scambio). È questo rifiuto che potrebbe dunque simbo­leggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all’op­posizione e alla rivolta. O fare questo o accettare un po­tere che non la vuole più: ossia suicidarsi.
Faccio un solo esempio, anche se apparentemente riduttivo. Uno dei più potenti strumenti del nuovo potere è la televisione. La Chiesa finora questo non lo ha capi­to. Anzi, penosamente, ha creduto che la televisione fos­se un suo strumento di potere. E infatti la censura della televisione è stata una censura vaticana, non c’è dubbio. Non solo, ma la televisione faceva una continua réclame della Chiesa. Però, appunto, faceva un tipo di réclame totalmente diversa dalia réclame con cui lan­ciava i prodotti, da una parte, e dall’altra, e soprattut­to, elaborava il nuovo modello umano del consumatore.
La réclame fatta alla Chiesa era antiquata e inef­ficace, puramente verbale : e troppo esplicita, troppo pe­santemente esplicita. Un vero disastro in confronto alla réclame non verbale, e meravigliosamente lieve, fat­ta ai prodotti e all’ideologia consumistica, col suo edo­nismo perfettamente irreligioso (macché sacrificio, mac­ché fede, macché ascetismo, macché buoni sentimenti, macché risparmio, macché severità di costumi ecc. ecc.). È stata la televisione la principale artefice della vittoria del «no» al referendum, attraverso la laicizzazione, sia pur ebete, dei cittadini. E quel «no» del referendum non ha dato che una pallida idea di quanto la società italiana sia cambiata appunto nel senso indicato da Pao­lo VI nel suo storico discorsetto di Castelgandolfo.
Ora, la Chiesa dovrebbe continuare ad accettare una televisione simile? Cioè uno strumento della cultura di massa appartenente a quel nuovo potere che «non sa più cosa farsene della Chiesa»? Non dovrebbe, invece, at­taccarla violentemente, con furia paolina, proprio per la sua reale irreligiosità, cinicamente corretta da un vuoto clericalismo?
Naturalmente si annuncia invece un grande exploit televisivo proprio per l’inaugurazione dell’Anno Santo, Ebbene, sia chiaro per gli uomini religiosi che queste manifestazioni pomposamente teletrasmesse, saranno del­le grandi e vuote manifestazioni folcloristiche, inutili or­mai politicamente anche alla destra più tradizionale.
Ho fatto l’esempio della televisione perché è il più spettacolare e macroscopico. Ma potrei dare mille altri esempi riguardanti la vita quotidiana di milioni di citladini: dalla funzione del prete in un mondo agricolo in completo abbandono, alla rivolta delle élites teologica­mente più avanzate e scandalose.
Ma in definitiva il dilemma oggi è questo: o la Chie­sa fa propria la traumatizzante maschera del Paolo VI folcloristico che «gioca» con la tragedia, o fa propria la tragica sincerità del Paolo VI che annuncia temera­riamente la sua fine.

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