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Nativity – Recensione – Rant

Se avete un cuore debole non continuate a leggere perché saranno espressi pensieri impietosi.
Una considerazione iniziale è doverosa: è davvero difficile fare un buon film su Gesù. I Vangeli riportano delle informazioni essenziali, le uniche importanti, evitando di perdersi in orpelli narrativi. Dove mancano informazioni, semplicemente si evita di raccontare perché quello che conta non è l’organicità del testo, ma la sua corrispondenza alla Verità. Una narrazione, un romanzo e un film, però, per loro propria natura, senza queste faccende faticano a reggersi in piedi. Di fronte a questo problema le scelte sono due: o si riproduce esattamente il testo alla Pasolini, oppure si deve romanzare.
Come è noto, il modo migliore di romanzare mantenendosi fedeli al racconto è inserire un personaggio fantastico ed esterno o prenderne uno marginale e seguire la sua vicenda che si intreccia provvidenzialmente con la trama di fondo. Usare come protagonista un personaggio principale può produrre delle storie interessanti, ma è chiaro che esse si discosteranno dal personaggio del racconto di riferimento riducendolo ad un interpretazione del nuovo narratore. Nativity però non se ne cura e sceglie questa via. Potrebbe essere una sfida interessante: non occorre produrre una storia aderente ai Vangeli perché sia di qualità (ce lo dimostrano “Kaj staros tre alte”, “Il Vangelo secondo Biff” e “Il maestro e Margherita” per citare qualche esempio illustre). Il problema è che Nativity vuole essere aderente. Il problema è che Nativity vorrebbe essere un po’ tutto e finisce col non essere nulla.
In primo luogo vorrebbe essere un film su Gesù, ma non ne parla neanche un secondo. Si limita a qualche citazione improbabile dell’Antico Testamento per ricordarci che era atteso un Messia. Chi sia per noi questo Messia, non ci è dato di saperlo. Allora, si dirà, è un film sulla Natività, come il titolo vorrebbe suggerire. Di nuovo, però, la Natività non è per nulla centrale. Il film, più che della nascita di Cristo e di quel mistero che è il Natale, di cosa voglia dire il chinarsi di Dio sulla piccolezza dell’uomo, parla della gravidanza di Maria e delle reazioni di Giuseppe. Quindi si tratta di un’analisi psicologica delle loro figure? Assolutamente no: alla fine del film non sappiamo nulla di più su chi fossero loro. Sarà allora curata la parte storica? Per nulla, dato che non si prendono per nulla in esame né usanze, né luoghi, né altre questioni di tale genere; l’unico maldestro irrompere della storia dovrebbe essere il comparire dei Romani che riscuotono personalmente le tasse prendendo come schiavi quelli che non sono in grado di pagarle, cosa che dimostra una totale ignoranza (voluta o meno) di una delle parole più frequenti del Vangelo: “pubblicano”. Se non questo, farà riferimento ad una tradizione popolare che porti la vicenda più vicina al cuore della gente. Invece anche questo manca; è vero che ci sono elementi da tradizione popolare ma nessuno di essi è compiuto, e la loro simbologia si perde in nulla più che delle citazioni. Ed in effetti Nativity è questo: un impasto di accenni in salsa melensa e sentimentale, il tutto condito da quelle modalità improbabili di raccontare di cui “Brian di Nazareth” dei Monty Python si è preso magistralmente gioco.
Se si vuole produrre un film su uno dei misteri più grandi della religione cristiana, occorre molto di più della profondità di un sermone domenicale di cinque minuti.

About Samuele Baracani

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Samuele Baracani: nato nel 1991, biellese, ma non abbastanza, pendolare cronico, cresciuto nelle peggiori scuole che mi hanno avviato alla letteratura e, di lì, allo scrivere, che è uno dei miei modi preferiti per perdere tempo e farlo perdere a chi mi legge. Mi diletto nella prosa e nella poesia sull'esempio degli autori che più amo, da Tasso a David Foster Wallace. Su ispirazione chauceriana ho raccolto un paio di raccontini di bassa lega in un libro che ho intitolato Novelle pendolari.

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