Un classico ogni trenta giorni

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Sorvolando sulla superficialità di un articolo che inizia gettando quanto più fango possibile su quello che pretenderebbe di smontare (il che non può che denotare mancanza di argomenti), non ho altro da dire se non che Giovanni non ha capito assolutamente niente di quel che ho scritto. E infatti mi ha sfiorato il dubbio che la mia riflessione sulla natura, vuoi per l’argomento vuoi perché l’ho scritta io, fosse nient’altro che l’ennesimo pretesto per imbastire una difesa tanto strenua quanto insensata della natura; cliché, questo sì, tanto caro al nostro scout. C’è però un problema: si difende qualcosa da un attacco, mentre io non ho attaccato un bel niente. Come ho già avuto modo di fargli notare, bastava dire di non aver capito niente di ciò che ho scritto: avrebbe risparmiato tempo, e così io.

Ad ogni modo, come dicevo, non c’è alcun attacco alla natura e non capisco dove sia stato letto. Né c’è un qualche elogio della città, ma semplicemente la constatazione che la città non è il male che molti descrivono, tutto qui. I punti che affermavo sono sostanzialmente due: la città non è il mostro mangia-uomini che molti dicono e l’idea idilliaca di natura che si è affermata ultimamente è semplicemente un falso, una fantasia. Giovanni dice di avere tutte le capacità di dormire all’aperto e via dicendo, e che questo non comporta l’accoppiarsi con un centopiedi. Bene, dico io, buon per lui; meglio ancora per il centopiedi. Il fatto è che la maggior parte della gente non si aspetta nemmeno di trovarsi a dover rifiutare le avance dell’invertebrato. La maggior parte della gente si immagina un praticello in fiore con uccellini e caprioli; quando piantano la loro tenda acquistata da Decathlon, non si aspettano di dover possibilmente dividere il giaciglio con ragni e serpenti. È un male questo? No. Ma è la confutazione di questa idea tutta moderna di natura, un idillio che forse solo Walt Disney avrebbe potuto partorire (e anzi, io sospetto che sia uno dei responsabili dell’affermarsi di queste assurdità).

Giovanni tira poi fuori un asso dalla manica, accostandomi ai detrattori di quelli che appendono nel salotto il quadro d’un mare in tempesta, del quale però non hanno mai avuto vera esperienza. Io sarei, secondo lui, come questi pedanti polemisti che dicono: “Eh, ma tu della furia del mare non hai idea, vorrei vedertici in mezzo!”. Peccato che io stessi dicendo un’altra cosa, ça va sans dire. Chi ha quell’idea di natura idilliaca su cui tanto ho da ridire, non ha proprio esperienza della realtà; io non rimprovero al turista della domenica di avere un’idea sbagliata di pic-nic, ma di non avere affatto un’idea di pic-nic. Se dovessi rimproverare qualcosa a un fan dei mari burrascosi, lo farei non perché ha un quadro appeso, ma perché non ne ha alcuno. Una volta ho portato alcuni amici per le montagne dove son cresciuto; ebbene, quando ho detto loro: “Attenti a dove mettete le mani, qui ci sono vipere”, pareva avessi annunciato loro qualcosa di incredibile e spaventoso; eppure le vipere sono comunissime nelle zone montane del biellese. Questo è il punto su cui insisto, e che pare non essere stato colto: la gente che propugna meravigliose fughe dalla realtà in mezzo ai boschi, non ha assolutamente idea di come sia fatto un bosco.

In buona sostanza chiedo a Giovanni, che ha definito così banale e triviale il mio articolo: di quale articolo stiamo parlando? Dov’è che avrebbe letto un attacco alla natura così feroce da indurlo a scrivere una tale caterva di idiozie? Non perché non abbiano senso, ma perché non c’entrano nulla con quel che ho detto io.

Come dicevo nella didascalia, città e campagna sono due facce della stessa medaglia. Mi si può dar torto su questo, il che avrebbe almeno un senso. Ma credere che io stessi tessendo le lodi della modernità in contrasto con la natura, o che io stessi rimproverando a un ammiratore degli tsunami di non gettarcisi dentro, è indice di scarse capacità cognitive nella migliore delle ipotesi.

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Il Polemarco Mari burrascosi e centopiedi in amore