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“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

 

Non sono un tipo molto sportivo, anche se a prima vista posso sembrarlo. Sono in molti, infatti, a chiedermi se gioco a calcio o a rugby, quando in realtà sono un goffo giovane che ha praticato qualche arte marziale, ma che ora si è buttato sulla pesistica perché in qualunque altra attività sembrava un pinguino con le convulsioni. Per essere onesti, c’è uno sport che amo particolarmente e che pratico regolarmente. Esso è più un’arte che un’attività fisica, ma spesso si raggiungono picchi di agonismo che lo portano ad essere più simile a una disciplina olimpica. Questo sport artistico, per così dire, non ha un nome preciso: io lo chiamo “smascheramento”. Mi diverto enormemente, cioè, a indovinare le vite altrui, in ogni dettaglio. M’immagino quale sia il piatto preferito di quel tale che fa la fila alla posta, tutto incravattato e impettito. Traggo un grande piacere dal tentare di capire che lavoro faccia quella signora corpulenta sulla cinquantina, col viso pieno di mascara e preoccupazioni. Raggiungo il colmo dell’estasi nel teorizzare che tipo di marito sia quel giovane in jeans e maglietta che tiene per mano la moglie: è premuroso e amorevole? È violento e malvagio? È buono ma debole?
Lo ammetto, è un gioco rischioso: il giudizio è dietro ogni angolo. Ma col tempo si sviluppa una tecnica per cui si riesce ad elevarsi sulla realtà, ad essere oggettivi, a valutare senza giudicare. E quando ciò accade, si viene catapultati su un piano decisamente diverso. Ci si ritrova a metà tra la realtà e la finzione, tra il mondo vero e quello fantastico. Ci si ritrova con un piede sulla terra e uno sulle pagine di un romanzo, e questo provoca quella sensazione tipica delle vertigini, a un tempo piacevole e spaventosa. Se tutto questo non fosse già di per sé fonte di sommo gaudio, con un piccolo sforzo in più si può fare un ulteriore passo: immaginare cosa immaginano gli altri su di me; capire cosa gli altri credono di avere capito sulla mia persona. Quel tizio elegante alle poste, che tipo crede che io sia? Un perdigiorno senza senno? Un giovane serio e posato? Che lavoro farò mai? Il manovale? Il giornalista? E quella signora imbellettata, quali conclusioni trarrà guardandomi? Che sono un bel ragazzo? Che invece non mi rivolgerebbe la parola nemmeno sotto tortura? Cosa avrò mangiato a colazione? Crusca e latte o pane e marmellata?
Insomma, lo sport che pratico, se proprio qualcuno me lo chiedesse, sarebbe questo: lo smascheramento. E se costui dovesse rimanere interdetto, partirebbe per me un nuovo giro di questa corsa forsennata: mi considera un idiota? Non ha capito la mia risposta? È curioso, ma troppo timido per chiedere spiegazioni? E non voglia Iddio che questi esplichi i suoi dubbi, perché così romperebbe l’incanto, e il gioco sarebbe rovinato. E questo io non potrei perdonarlo.

Lo smascheramento Lo smascheramento

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