L’idolo dell’autorità

platone
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Sempre più di frequente mi imbatto in uno strano culto pagano dei giorni nostri, che sembra affollare le nostre menti rendendole ancora più rigide di quanto la mentalità dominante e l’omologazione siano riuscite a fare. Lo chiamo idolatria dell’autorità perché mi pare un tentativo di elevare delle umili creature al di sopra di quello che furono, ma ovviamente non è questo il suo aspetto più ridicolo e più inquietante. Ora, a molti sembrerà strano che si parli di una faccenda del genere come un problema dopo il ’68, eppure guardandosi attorno si renderà conto di quanto sia grave e diffusa questa malattia, proprio in seguito a quel longus et unus annus. Poté sembrare che abbattere le torri d’avorio da cui comandavano i professori e i sapienti fosse una buona idea, ma ci si era dimenticati che quelle torri non erano state erette dai sapienti, ma dai loro seguiti ed erano semplicemente un monumento alla loro autorità. Una volta cadute, i seguiti non si sono sciolti, ma semplicemente adattati; hanno raccolto le pietre e le hanno fatte diventare altari. Tolto loro un riferimento temporale, lo hanno semplicemente trasformato in spirituale, per lo più nella forma più superficiale della spiritualità che è la morale. Se si voleva che gli uomini la smettessero di essere pecore, bisognava insegnare loro a cavarsela da soli, non togliere loro i pastori; ora le pecore seguono semplicemente e più stupidamente le pecore più intraprendenti ed estroverse.

La faccia grottesca di questa mentalità sta però nel fatto che la creatura (soprattutto quando si tratta di un genio del passato) prima di essere elevata agli altari viene sistematicamente travisata. Nell’ansia di accaparrarsi le migliori personalità, come i politici con testimonial ed elettori, le ideologie moderne si avvalgono di affermazioni non contestualizzate, o, peggio ancora, della semplice fama di saggezza che circonda i geni. D’altra parte a loro non serve altro che quest’aura di sacralità; non fraintendete, non è che le ideologie moderne siano talmente superficiali da non ritenere di aver bisogno di approfondire un personaggio, un’epoca storica, o il loro stesso pensiero. Il fatto è che proprio non possono; le loro idee sono così giuste e perfette, così raffinatamente argomentate, così profondamente articolate che non si può fare di meglio. Non sono certo loro a screditare i loro avversari affibbiandogli i nomi di populista, cosofobo, analfabeta funzionale per non continuare una discussione seria e approfondita, non l’hanno mai fatto e non lo faranno mai. Non sono loro ad aver talmente poco approfondito da credere che il mito dell’androgino sia alla base del pensiero platonico sull’amore, quando invece viene pronunciato nel Simposio da quello che è il principale avversario di Socrate, che viene immediatamente smentito dal filosofo che nulla scrisse. Non sono loro a prendere Platone come ideologo LGBT, dimenticando che nella Grecia antica la pederastia non era mai considerata problematica, ma l’omosessualità adulta era ben discriminata; o che l’omosessualità restò solo un particolare atto e non un’identità fino al secolo scorso. Non sono certo ancora loro a credere che Platone, in virtù della sua sacrosanta e giustissima sapienza, sarebbe stato certamente aperto nei confronti degli stranieri, quando in tutta la sua epoca nessuno lo era, e l’allargamento della cittadinanza era portato avanti solo da quei demagoghi che cercavano buoni e molti voti per conquistare la Bulè; gruppo politico a cui, come è ben noto, l’idealista Platone era talmente avverso da preferire una monarchia retta da un filosofo, che ricordiamo non fu solo un’utopia in quanto tentata più volte di realizzare nella pratica a Siracusa. Ed è chiaro che non sono state certo queste ideologie a stuprare allo stesso modo filosofi, letterati e personaggi storici, nell’innocente tentativo di farle rientrare nelle griglie oppressive dei loro schemi. A far diventare il principio di autorità un gioco a chi è più famoso e dunque infallibile, a farci credere che Foscolo e Carducci sapessero ogni cosa per partecipazione all’unica avicenniana sapienza data dalla loro intellettualità, cosa testimoniata dal fatto che si trovano sui libri di scuola.

Ed invece il principio di autorità è una cosa estremamente semplice: se io voglio trovare dei buoni versi è molto meglio che li cerchi in Dante piuttosto che in un moderno poeta del web. Però pretendere che tutti i versi di Dante siano buoni e tutte le sue idee lo siano altrettanto è pura follia.

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