L’estrema complessità del Medio Oriente

Medio Oriente
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C’era una volta un uomo che si chiamava Thomas Edward Lawrence. Il suo mito come Lawrence d’Arabia lo conoscono tutti; a noi basta sapere che fu uno dei fondatori del Nazionalismo Arabo e del Panarabismo. Lawrence era affascinato dagli arabi e dalla loro unità nonostante la sottomissione ad un potere esterno. Ai suoi occhi di europeo post-ottocentesco, impregnato di filosofia dello stato-nazione, pareva giusto che la loro arabità avesse un corrispettivo oggettivo in uno stato. Su certe cose aveva ragione davvero: gli arabi sentivano davvero una certa unità fra di loro; desideravano liberarsi dal giogo del sedicente califfato ottomano; c’erano però molte questioni in cui era accecato dai suoi studi e dalla sua occidentalità.

In primo luogo, l’unità fra arabi era principalmente garantita dall’appartenenza alla Umma, la comunità islamica. Questo però non escludeva, anzi prevedeva, la presenza di numerose divisioni, tribù, gruppi armati, sette in competizione fra di loro. Fin dal VII secolo d.C. i rapporti tra queste tribù erano stati segnati sì da alleanze, ma anche e soprattutto da conflitti. Questi conflitti si erano risolti a volte con il sottomettersi ad una guida forte, ma il più delle altre nel sangue e nella prevaricazione. Questo problema non fu risolto mai da nessuno e permane tutt’ora in tutto il Medio Oriente, come la complessa esplosione delle primavere arabe ci ha testimoniato.

Questo primo fatto ha una seconda potente conseguenza: l’appartenenza al mondo arabo non era legata ad un territorio. Per un occidentale, un popolo doveva avere all’incirca un suo territorio e dunque un suo stato sovrano. Questa semplificazione ottocentesca, già difficilmente applicabile in molte zone d’Europa, è ancora più complicata per quanto riguarda il Medio Oriente. Basta guardare come sono stati tracciati diversi confini per averne contezza; basta osservare la distribuzione delle lingue nei territori per farsene un’idea. La costituzione di stati nazionali sia nel maghreb che nel mashrek è stata più che altro convenzionale.

Qui si arriva al terzo fattore che determina la complessità del Medio Oriente. Esso non è solo arabo e neanche solo islamico. Ci convivono un’infinità di popoli, religioni, lingue, sette, tribù, che non di rado sono poco amichevoli fra di loro. Tutto questo ha sostanzialmente permesso la sopravvivenza e l’azione di un grosso numero di gruppi paramilitari, dei veri e propri eserciti paralleli a quello dello stato ospitante o, addirittura, degli stati ospitanti. Curdi, Hezbollah, al-Jamā’a al-Islāmiyya, Hamas e tanti altri si contendono tutt’ora ruoli di peso politico e di potere senza farsi problemi di ricorrere alle armi o ad atti di terrorismo (si noti bene, non è infrequente neanche il terrorismo di stato in questa zona).

Affrontare una situazione come questa solo con categorie occidentali sarebbe un grave errore. Soprattutto quando si tratta di categorie ideologiche; soprattutto quando si cercano i buoni o i meno cattivi da appoggiare; soprattutto se si ha a cuore il bene del Medio Oriente. L’ideale di stato-nazione qui non è applicabile; la nazione è grande e debole e non corrisponde allo stato, l’appartenenza più forte è quella tribale, religiosa, etnica. La Patria, come ci siamo abituati a pensarla noi, non esiste. Lo stato è un garante del vivere civile e dei servizi, e poco più, spesso con scarso successo. Gli ideali per cui ogni gruppo si batte sono diversi e spesso colorati di giustificazioni religiose che liberano la coscienza dal peso di omicidi e massacri. L’ideologia nazionalista è solo la superficie dietro cui si nasconde spesso un modo di pensare radicato nell’islamismo che prevede la sottomissione del mondo alla propria corrente, l’unica reputata buona.

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