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Al di fuori dell’ambito specialistico è frequente imbattersi in persone che negano la storicità di Cristo. Tra gli studiosi accademici una posizione di questo tipo è considerata generalmente eccentrica e insostenibile.
Molti di quelli che declassano i racconti sulla vita di Gesù a semplici miti lo fanno per ostilità verso il cristianesimo, altri sono stati convinti da questi e coltivano questa posizione semplicemente perché ritenuta ragionevole. Gli argomenti che generalmente vengono avanzati dai miticisti, è così che vengono chiamati i negatori della storicità di Cristo, sono sostanzialmente degli appunti che vengono fatti al Nuovo Testamento, il quale è ritenuto inattendibile perché:

– contiene palesemente elementi favolistici
– è di parte
– contiene imprecisioni e contraddizioni
– non è un’opera storiografica
– è l’unica fonte che parla di Gesù

A peggiorare la situazione, alcune teorie molto ardite sulla presunta somiglianza tra le vicende di Cristo e quella di altre figure religiose precedenti e coeve. Il fatto che la storia di Cristo possa ricordare fatti narrati in altre religioni ed altri contesti secondo alcuni è la prova del fatto che siamo difronte ad un mito completamente inventato.

Prima di cercare di approfondire la questione è bene ricordare che la ricerca storica, per sua natura, non può fornire dimostrazioni analoghe a quelle della matematica o della fisica. Gli eventi storici non sono legati tra loro da rapporti strettamente logici in grado di farcene dedurre alcuni a partire da altri, altrimenti saremmo in grado anche di prevedere il futuro, e nemmeno sono osservabili empiricamente a piacimento o ricreabili in laboratorio a comando. Ciò che può stabilire lo storico, a rigore, è solo il grado di probabilità e verosimiglianza di una ricostruzione dei fatti. Nella ricerca sulle origini del cristianesimo diventa centrale la filologia, disciplina che mira a ricostruire quanto più possibile la forma originaria di testi che hanno subito modifiche all’interno della loro storia redazionale. Questo perché il filologo conosce dei criteri di valutazione in grado di fornire indizi sul livello di credibilità delle affermazioni in cui si imbatte studiando i testi. È importante sottolineare che nessuno di questi criteri, preso isolatamente, è stato esente da critiche, e tuttavia l’uso combinato e ragionato di essi appare a tutti ragionevole, doveroso e proficuo. La filologia più che una scienza esatta è un’arte.

STORIA DEL MITICISMO E FILOLOGIA

I dubbi sulla storicità di Gesù di Nazareth, cosa che molti negazionisti di oggi sembrano ignorare data l’originalità che rivendicano, hanno una storia molto lunga e non rappresentano l’avanguardia degli studi sul cristianesimo primitivo. Sono, piuttosto, la retroguardia della ricerca, la ripresa di tesi che sono state avanzate, legittimamente, già più di un secolo fa, ma poi abbandonate dopo un’accorta valutazione e mai più resuscitate con troppa convinzione. Prima ancora che si arrivasse a mettere in dubbio l’esistenza stessa di Cristo, erano già state avanzate ipotesi sulla sua vita e sul suo magistero alternative ai racconti tradizionali (a partire almeno da Samuel Reimarus, XVIII secolo). Il primo a sostenere che Cristo non sia mai esistito è stato probabilmente Constantin Francois Volney (XVIII secolo), convinto tra l’altro che nell’essenza tutte le religioni fossero uguali e che il nome Cristo derivasse dal nome della divinità indiana Krishna!
Pochi anni dopo Charles-Francois Dupuy sostenne anch’egli l’inesistenza di Gesù, ma soprattutto inventò la leggenda secondo la quale la figura di Cristo non sarebbe altro che una rappresentazione della divinità solare al pari di altre analoghe come Osiride, Adone (o Tammuz), Bacco, Attis e Mitra. Nel secolo successivo è Bruno Bauer ad approdare, gradualmente, a tesi miticiste (in particolare lo studioso sostenne che il cristianesimo altro non fosse che una fusione di giudaismo e filosofia stoica). Ad aprire il XX secolo invece John Mackinnon Robertson, il quale riteneva che il racconto di morte e resurrezione di Cristo non ricalcasse altro che il classico mito legato ai cicli della natura e che aveva già avuto come protagonisti altri dei della fertilità antichi. Secondo Robertson, Gesù non era una persona reale ma un antico dio della vegetazione a cui venivano offerti sacrifici e che poi veniva consumato in un pasto rituale. Diverse di queste tesi vennero popolarizzate in maniera decisiva da Arthur Drews: la sua opera “Il mito di Cristo”(1909) fece colpo su Vladimir Lenin, e questo facilitò un’ampia accoglienza di queste tesi in ambiente sovietico.
Nei primi decenni del Novecento non furono poche le figure che sostennero certe idee, si possono ricordare per esempio Louis Gordon Rylands, Paul-Louis Couchoud, Édouard Dujardin. In tempi più recenti troviamo invece autori come Richard Carrier, Robert McNair Price e Earl Doherty. Un discorso a parte meritano Dorothy Milne Murdock (1961-2015), in arte Acharia S, e Gerald Massey (1828-1927), perché di recente hanno fornito la base ad una divulgazione molto vasta di tesi miticiste, attraverso un video divenuto virale sul web col nome di Zeitgeist.
Affrontare nel dettaglio tutti questi autori è impresa di dimensioni troppo vaste per questa sede, per il momento basti dire che molti di questi autori partono da premesse fortemente ideologizzate ed anti-cristiane (molti sono in effetti atei militanti). Alcune delle idee più rilevanti per i miticisti contemporanei saranno trattate nel prosieguo.

Partendo alla ricerca della verità storica su Gesù, non possiamo che prendere in considerazione innanzitutto il Nuovo Testamento, la raccolta di fonti più antiche che abbiamo su di lui. Come detto all’inizio, i miticisti trovano questa raccolta problematica per una serie di motivi. Prima di entrare nel merito elenchiamo i principali criteri di cui i filologi si avvalgono per stabilire quanto probabilmente un detto o un’azione narrati nei testi siano realmente da attribuire a Gesù:

Criterio dell’imbarazzo
Un passo che può mettere in imbarazzo la Chiesa primitiva trasmette probabilmente un fatto vero, perché potendo inventare l’evento da zero lo si sarebbe fatto in modo più conveniente. Un esempio è il battesimo che Giovanni Battista impartisce a Cristo, evento che potenzialmente poteva indurre confusione nei fedeli sul rapporto gerarchico tra le due figure.

Criterio della discontinuità
Comportamenti di Cristo non inquadrabili né nel contesto giudaico dell’epoca né nelle consuetudini della Chiesa primitiva sono molto probabilmente testimoniati fedelmente, proprio in virtù della loro originalità

Criterio della molteplice attestazione
Un qualcosa che è attestato da più fonti, eventualmente anche in forma diversa, è probabilmente avvenuto davvero

Criterio della coerenza
Questo criterio può intervenire solo dopo che altri criteri hanno stabilito come autentici alcuni fatti riguardanti Gesù. Il criterio dice che qualsiasi altro fatto coerente con questi è più verosimile di un fatto che invece li contraddice

Criterio di spiegazione necessaria
Dati dei fatti stabiliti come autentici, devono essere ritenuti parimenti autentici tutti quei fatti senza i quali non si riuscirebbe a comprendere i primi.

Esistono poi anche altri criteri secondari, ma ribadiamo che nessun criterio da solo è esente da pecche e che il loro uso dev’essere combinato e prudente.

PROBLEMI DEL NUOVO TESTAMENTO

Tornando ai presunti limiti del Nuovo Testamento come fonte, consideriamo intanto il problema degli elementi favolistici. Chi nega la veridicità del Vangelo per via della presenza di miracoli ed eventi soprannaturali sta facendo una scelta arbitraria e ingiustificata per vari motivi.

Fronte e retro del più antico frammento in nostro possesso di un manoscritto del Nuovo Testamento, datato al II secolo. I versi sono riconoscibili come appartenenti al Vangelo di Giovanni e il documento è noto nel campo specialistico come Papiro 52 o Papiro Rylands 457

Cominciamo con un punto molto sottile e facile ai fraintendimenti: escludere la veridicità di racconti del genere implica un pregiudizio, giustificato o meno, in base al quale si ritengono impossibili, in qualunque luogo e in qualunque istante, gli eventi soprannaturali. Alla base di questo pregiudizio c’è una constatazione molto semplice: la maggior parte di noi non fa alcuna chiara esperienza del soprannaturale nella propria vita e il nostro strumento elettivo di indagine della natura, la scienza, non è stato in grado di documentare e provare eventi prodigiosi e miracolosi oltre ogni ragionevole dubbio.
Va detto però che il paranormale può essere lontano dalle nostre esperienze per il semplice fatto che è molto raro, mentre la mancanza di prove scientifiche può essere dovuta alla particolare natura di certi fenomeni, che non sono prevedibili, osservabili empiricamente a piacere e riproducibili in laboratorio (tutte cose che però non implicano automaticamente la loro inesistenza).

In sintesi, decidere che un documento storico è inattendibile semplicemente perché narra di eventi miracolosi è una scelta arbitraria basata su un dogma personale. Il rischio è che se nella storia davvero in un certo contesto si sono realizzate le condizioni adatte all’accadimento di fenomeni paranormali, gli studiosi potrebbero precludersi la possibilità di saperne di più semplicemente perché rifiutano a priori l’eventualità. In fondo si ripropone lo stesso problema che si ha se si datano a dopo il 70 d.C. i testi evangelici che predicono la distruzione del tempio di Gerusalemme perché sembrano già al corrente del fatto: in questo caso si sta escludendo per principio sia che le profezie possano essere vere sia, ancora più grave, che possa essersi verificata una coincidenza (eppure le coincidenze accadono, ne facciamo tutti esperienza).

Ma questo tipo di argomentazione è molto complicato e rischia di dar adito a discussioni accese e costitutivamente aperte (nel senso che si prestano ad allargarsi ad altri temi, sempre più vasti e complessi), quindi sceglieremo una linea argomentativa diversa: la presenza di miracoli e prodigi, sui quali si può tranquillamente sospendere il giudizio, non implica che i documenti in esame non contengano per il resto materiale attendibile per vari motivi. Intanto facciamo notare che le nostre conoscenze storiche si basano in larga parte su documenti che narrano anche di eventi prodigiosi: Giuseppe Flavio nella “Guerra giudaica” racconta di eserciti che compaiono in cielo, e di luci e voci misteriosi che fanno la loro comparsa nel Tempio; Erodoto nelle “Storie” ci ricorda che un fantasma di donna apparve ad incitare i Greci a Salamina e che l’oracolo di Delfi indovinò con una certa precisione quello che stava facendo a chilometri di distanza Creso, re dei Lidi; William Parvus nella sua “Cronaca Rerum Anglicarum” parla di vampiri e di bambini dalla pelle verde provenienti da un paese sotterraneo. E questo solo per far riferimento ad opere strettamente storiografiche, ma non sono solo i libri di storia a fornire informazioni agli storici, i quali ricavano notizie su costumi, nomi di regnanti e divinità, date, tecnologie ecc anche da testi di altro tipo (dalle fiabe alle lettere private), da manufatti artistici, da epigrafi funerarie, ecc. Anche un’opera di fantasia, quale può essere un romanzo o un testo teatrale, contiene informazioni su credenze, abitudini e conoscenze dell’epoca, e in molti casi contiene riferimenti a personaggi e fatti reali: le chansons de geste dedicate a Carlo Magno sono fantasiose, ma Carlo Magno è esistito davvero, “I Persiani” di Eschilo è una tragedia (in cui appare un fantasma tra l’altro!), ma i personaggi principali sono realmente esistiti e lo sfondo del racconto, gli esiti della battaglia di Salamina, è sicuramente storico. Anche il “Milione” di Marco Polo, pur fornendo informazioni corrette sull’Asia, contiene diverse storie di pura fantasia, ma facciamo anche un esempio recente, preso dalla cinematografia: “Il buono, il brutto e il cattivo” di Sergio Leone è un film di pura immaginazione, con protagonisti e storia inventati di sana pianta, ma l’ambientazione, gli Stati Uniti lacerati dalla guerra civile, è storica, e di quel periodo il film fa riferimenti ben precisi (ad esempio il generale Lee o il campo di Andersonville, due cose che sono realmente esistite).

Dopo queste considerazioni, è evidente che la presenza di miracoli non può squalificare il Nuovo Testamento come fonte storica, e del resto siamo certi, per altre vie, che molte cose ivi narrate hanno un fondamento. Intanto diversi personaggi citati sono attestati anche da altre fonti: Erode Antipa, Giovanni Battista, Ponzio Pilato, Simon Mago, Gamaliele, Teuda, Areta IV Philopatris, il sommo sacerdote Anania, ecc. Poi sembra che anche l’archeologia abbia dato conferma di alcuni fatti evangelici: ad esempio a Gerusalemme è stata ritrovata un’antica piscina che sembra proprio quella di Betzaetà, dove Gesù avrebbe guarito il paralitico. La cosa rilevante è che essa è dotata di cinque portici proprio come riportato nel racconto evangelico, un dettaglio che per secoli aveva fatto considerare la piscina come puramente simbolica, in quanto non si capiva come potesse avere cinque portici senza avere un’inverosimile forma pentagonale (per la cronaca, la piscina ritrovata in effetti non è pentagonale: il fatto è che, oltre ai quattro portici perimetrali, ne ha un quinto in mezzo che la divide in due vasche, possibilità a cui nessuno aveva pensato prima).
Buona parte dei libri del Nuovo Testamento poi è stata scritta pochissimi decenni dopo la presunta morte di Gesù (la Prima Lettera ai Tessalonicesi è stata scritta attorno al 53), e questo vuol dire che all’epoca della loro stesura e diffusione erano ancora in vita delle persone a lui coeve che avrebbero potuto smontare un’eventuale farsa. Non c’è traccia però di contestazioni della storicità di Cristo: chiunque ne parli ne dà per scontata l’esistenza e non fa riferimento a controversie al riguardo. In effetti anche i primi polemisti anti-cristiani, ebrei o pagani che fossero, non arrivarono mai a mettere in discussione l’esistenza stessa di Gesù, limitandosi semplicemente a descriverlo in maniera diversa (si disse ad esempio che era un mago). Anche l’eventuale presenza di imprecisioni o contraddizioni non rende i testi neotestamentari completamente indegni di fede.

Tutto sta a capire come si sono formati questi testi e a quale scopo.

Consideriamo, ad esempio, che i Vangeli non nascono per riportare i fatti nel preciso modo in cui si sono verificati, per amore storiografico. I Vangeli nascono per conservare la memoria dei fatti essenziali ma soprattutto per interpretarli teologicamente, ed è questa interpretazione la cosa più importante. Ciò implica che gli scrittori dei Vangeli abbiano raccolto testimonianze di varia provenienza rielaborandole nel modo che rendesse la narrazione più efficace, sia letterariamente sia in vista dello scopo teologico prefissato (e teniamo presente che ogni evangelista ha interesse ad evidenziare certe questioni teologiche piuttosto che altre).
Non c’è da stupirsi quindi se un evangelista colloca una vicenda in un determinato contesto mentre un altro cambia luogo o momento per lo stesso avvenimento. Tra l’altro le piccole differenze riscontrabili tra i Vangeli, paradossalmente, ne aumentano la verosimiglianza, in quanto non alterano il senso complessivo della storia e dunque fanno pensare a testimonianze vere, sebbene imperfette, come tutte le testimonianze sono (vuoi per scherzi della memoria, vuoi per altri motivi). Anche in tribunale i racconti di tanti testimoni non collimano mai nel dettaglio, eppure un confronto tra di essi permette spesso di avere un’idea completa ed esauriente di ciò che è successo. Completiamo la discussione sulle divergenze tra i libri del Nuovo Testamento facendo presente che comunque molto spesso le incongruenze spariscono conoscendo meglio il contesto (degli avvenimenti narrati o della stesura del libro) o introducendo ipotesi non troppo complicate e abbastanza verosimili.

LE FONTI NON CRISTIANE

Uno dei motivi che fa dubitare molti della reale esistenza di Cristo è che le fonti non cristiane dell’epoca tacciono ampiamente di lui. In realtà non si capisce perché avrebbero dovuto parlare di quello che, senza osservazione diretta, poteva sembrare solo uno dei tanti predicatori itineranti del periodo.
Ma in ogni caso di fonti non cristiane che citano Gesù in tempi non lontani ce ne sono.
Nelle “Antichità giudaiche” (93-94) di Giuseppe Flavio si trova il famoso “Testimonium flavianum”:

Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se pure bisogna chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia d’altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani.

Tanti elogi alla figura del Cristo da parte di un ebreo ortodosso, ma in particolare l’identificazione col Cristo e la menzione della resurrezione, hanno fatto gridare molti, comprensibilmente, all’interpolazione: il brano sarebbe stato aggiunto posteriormente da copisti cristiani, in origine non ci sarebbe stato. Il sospetto è legittimo anche per questioni stilistiche: i filologi trovano in questo passo degli elementi non del tutto coerenti col resto dell’opera. In realtà però negli anni ’70 è stato pubblicato un manoscritto del X secolo recante una versione in arabo del “Testimonium” redatta da uno scrittore cristiano, il vescovo melchita Agapio, il quale non ha fatto altro che parafrasare, per sua stessa ammissione, una più antica cronaca in siriaco di Teofilo di Edessa:

Egli afferma nei trattati che ha scritto sul governo dei Giudei: «In questo tempo viveva un uomo saggio che si chiamava Gesù, e la sua condotta era irreprensibile, ed era conosciuto come un uomo virtuoso. E molti fra i Giudei e le altre nazioni divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò a essere crocifisso e morire. E quelli che erano divenuti suoi discepoli non abbandonarono la propria lealtà per lui. Essi raccontarono che egli era apparso loro tre giorni dopo la sua crocifissione, e che egli era vivo. Di conseguenza essi credevano che egli fosse il Messia, di cui i Profeti avevano raccontato le meraviglie

Si vede bene che questa versione manca dei punti più critici (che sono pure quelli più dubbi anche solo da un punto di vista squisitamente stilistico): Gesù viene elogiato anche qui, ma non si allude ad una sua natura sovrumana, inoltre la sua identificazione col Messia e la storia della resurrezione vengono riportate solo come credenze dei discepoli. Ora, se il vescovo Agapio ha avuto davanti la versione che conosciamo del “Testimonium”, che interesse ha avuto a ridurre l’impatto delle affermazioni di Giuseppe? Perché declassare Gesù da Messia risorto a uomo che i suoi discepoli ritenevano il Messia risorto? E perché togliere l’allusione di Giuseppe ad una natura sovrumana di Gesù? Viene da pensare che probabilmente Agapio aveva allora a disposizione una versione diversa del “Testimonium”, in cui i dettagli sospetti non c’erano, e dunque probabilmente si trattava di una versione meno corrotta, in cui il processo di copiatura non aveva introdotto certe interpolazioni. Ovviamente si può sempre pensare che anche il testo di Agapio contenga delle interpolazioni, ma non c’è indizio di ciò. Al momento dunque una spiegazione ragionevole dei fatti è che la versione greca del “Testimonium” rechi davvero delle interpolazioni, ma che queste riguardino solo alcune cose attribuite a Cristo e non la sua esistenza, apparentemente confermata da Giuseppe. In pratica Giuseppe avrebbe ricordato brevemente Gesù e un copista successivo avrebbe aggiunto che era il Messia e che era risorto. Ad ogni modo, se il “Testimonium” continua a non convincere, si può sempre proseguire la lettura dell’opera di Giuseppe, più avanti infatti l’autore nomina nuovamente Gesù, in un passo su cui i filologi non hanno mai trovato motivi di perplessità:

Anano […] convocò il sinedrio a giudizio e vi condusse il fratello di Gesù, detto il Cristo, di nome Giacomo, e alcuni altri, accusandoli di trasgressione della legge e condannandoli alla lapidazione.

Qua si parla chiaramente di Gesù detto il Cristo, e non c’è indizio di interpolazione.
Una cosa da tenere a mente anche per il seguito è che non deve stupire che in alcune fonti ricorra la condanna alla lapidazione invece che alla crocefissione: la condanna era pronunciata dal Sinedrio, il tribunale ebraico, che prevedeva per le colpe imputate a Gesù la morte per lapidazione, tuttavia agli Ebrei sotto il dominio romano era impedito di comminare personalmente le pene di morte, dunque per giustiziare qualcuno gli Ebrei si rivolgevano alle autorità romane, il cui metodo di esecuzione era la crocefissione (quando il condannato non era cittadino romano).

Secondo alcuni anche il Talmud babilonese conterrebbe riferimenti a Gesù in grado di avvalorarne la storicità, purtroppo però la testimonianza del Talmud, se tale può dirsi, è molto controversa.
Iniziamo col dire che il Talmud è in qualche modo la registrazione scritta della tradizione orale che l’ambiente rabbinico ha ritenuto opportuna dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme.
La sua stesura è avvenuta nell’arco di qualche secolo e quindi le varie parti possono essere datate in vario modo. Quello babilonese, il più esteso, è solo una delle due versioni che furono compilate: esiste anche un Talmud palestinese che condivide con quello babilonese la Misnah (la parte che raccoglie le regole di vita) mentre presenta una Ghemarà (discussioni e commenti sulla Misnah) incompleta e più breve.

Il problema principale del Talmud è che sembra sia stato soggetto a modifiche nel corso del tempo: quando alcuni Ebrei convertiti al cristianesimo diffusero la voce che nel testo erano presenti affermazioni offensive nei confronti di Gesù, il libro si prestò ad essere censurato, dai cristiani o dagli stessi Ebrei desiderosi di evitare grane.

In che misura avvenne e con quali ricadute sulla possibilità di rinvenire menzioni di Gesù?
I riferimenti a Gesù che si sarebbero comunque salvati sono molto dibattuti perché il nome Yeshu, col quale viene identificato, è stato indicato spesso dal mondo ebraico come un acrostico il cui significato sarebbe traducibile, più o meno, come “Sia rinnegato il suo nome e la sua memoria”. In pratica non sarebbe una sorta di diminutivo di Yeshua, ma un nome generico da applicare ad ogni malfattore.
Del resto lo Yeshu del Talmud, ammesso che in ogni menzione sia sempre la stessa persona (cosa per nulla pacifica), è caratterizzato da dettagli biografici distanti da quelli della figura tradizionale di Gesù, e probabilmente anche poco verosimili. Yeshu sarebbe il figlio di una relazione adulterina tra una donna di nome Maria e un legionario romano chiamato Pantera (si è pensato che tale nome fosse una corruzione voluta di “Parthenos”, vergine, operata per ironizzare sulla verginità di Maria, ma da diverse iscrizioni sembrerebbe che tale nome fosse effettivamente abbastanza diffuso nell’ambiente legionario).
Avrebbe appreso la magia in Egitto e sarebbe stato giustiziato per lapidazione dal sinedrio ebraico.
Si menzionano persino i suoi discepoli, che però sono cinque e dai nomi difficilmente accostabili a quelli tradizionali (a parte un Matthai che può essere ricollegato a Matteo). Tali divergenze sono spiegabili facilmente immaginando che si tratti in minima parte di errori dovuti ad una certa distanza temporale dai fatti e in massima parte di calunnie volte a screditare Cristo e i cristiani, ma è difficile provare che le cose stiano così. Comunque almeno un passo contiene anche delle analogie suggestive coi racconti evangelici:

Si insegna che alla vigilia di Pesach [Pasqua] Yeshu fu appeso e il banditore andò in giro per 40 giorni prima dichiarando: [Yeshu] verrà lapidato per aver praticato la stregoneria, per aver sedotto e condotto fuori strada Israele. Chiunque sappia qualcosa in suo favore, venga e lo dichiari. Ma non trovarono alcuno in suo favore e lo appesero alla vigilia di Pesach

Se si potesse dimostrare che in certi passi il Talmud parla di Cristo, avremmo un importante indizio della sua reale esistenza, in quanto avremmo una fonte ostile che, pur parlandone in modo estremamente negativo, ne dà per scontata l’esistenza senza metterla mai in discussione.

A testimonianza della presenza del nome Pantera tra i legionari romani,
la lapide funeraria del soldato Tiberio Giulio Abdes Pantera (I secolo)

Ebbene, sembra che la storia della magia appresa in Egitto e della relazione tra Maria e il soldato romano abbia avuto davvero una certa circolazione in funzione anticristiana. La ritroviamo infatti nelle invettive anticristiane del pagano Celso (II secolo), tramandateci da Origene in Contra Celsum (III secolo).
Celso sostiene che la madre di Gesù sia stata scacciata dal suo marito artigiano in seguito all’adulterio che aveva commesso con un soldato romano chiamato Pantera. Questa è un’accusa doppia: Gesù sarebbe figlio di un adulterio, ma anche di un Romano, che per gli Ebrei da cui Celso deve aver appreso questa storia (la mette infatti in bocca a un Giudeo) era all’epoca un nemico. Per quel che ci interessa, ciò che emerge è che davvero in ambienti ebraici circolavano certe voci, e quindi, per quanto raccontino una storia differente e inverificabile, sono intanto una conferma della storicità di Gesù, infatti Ebrei venuti prima di Celso, abbastanza vicini ai fatti, avrebbero avuto gioco facile a smascherare l’eventuale invenzione di Cristo. Esse confermano invece che deve essere esistito, almeno questo.

Sempre a proposito di accuse di ambiente ebraico, lo scrittore cristiano Giustino nel 160 ci riporta le parole che avrebbe sentito tempo addietro dal giudeo Trifone:

È sorta un’eresia senza Dio e senza Legge da un certo Gesù, impostore Galileo; dopo che noi lo avevamo crocifisso, i suoi discepoli lo trafugarono nottetempo dalla tomba ove lo si era sepolto dopo averlo calato dalla croce, ed ingannano gli uomini dicendo che è risorto dai morti e asceso al cielo
(“Dialogo con Trifone”)

Questa accusa di trafugamento del cadavere, che conferma l’esistenza di Gesù e anche il dato del sepolcro vuoto, è la stessa già menzionata nel Vangelo di Matteo.

Attorno al 112 uno scambio epistolare tra Plinio il giovane e l’imperatore Traiano testimonia la diffusione dei cristiani e menziona Cristo come personaggio la cui esistenza non è mai messa in dubbio. Ecco cosa dice Plinio:

Nel frattempo, con coloro che mi venivano deferiti quali Cristiani, ho seguito questa procedura: chiedevo loro se fossero Cristiani. Se confessavano, li interrogavo una seconda e una terza volta, minacciandoli di pena capitale; quelli che perseveravano, li ho mandati a morte. Infatti non dubitavo che, qualunque cosa confessassero, dovesse essere punita la loro pertinacia e la loro cocciuta ostinazione. Ve ne furono altri affetti dalla medesima follia, i quali, poiché erano cittadini romani, ordinai che fossero rimandati a Roma. Ben presto, poiché si accrebbero le imputazioni, come avviene di solito per il fatto stesso di trattare tali questioni, mi capitarono innanzi diversi casi. Venne messo in circolazione un libello anonimo che conteneva molti nomi. Coloro che negavano di essere cristiani, o di esserlo stati, ritenni di doverli rimettere in libertà, quando, dopo aver ripetuto quanto io formulavo, invocavano gli dei e veneravano la tua immagine, che a questo scopo avevo fatto portare assieme ai simulacri dei numi, e quando imprecavano contro Cristo, cosa che si dice sia impossibile ad ottenersi da coloro che siano veramente Cristiani. Altri, denunciati da un delatore, dissero di essere cristiani, ma subito dopo lo negarono; lo erano stati, ma avevano cessato di esserlo, chi da tre anni, chi da molti anni prima, alcuni persino da vent’anni. Anche tutti costoro venerarono la tua immagine e i simulacri degli dei, e imprecarono contro Cristo. Affermavano inoltre che tutta la loro colpa o errore consisteva nell’esser soliti riunirsi in un giorno fissato prima dell’alba e intonare a cori alterni un inno a Cristo come se fosse un dio, e obbligarsi con giuramento non a perpetrare qualche delitto, ma a non commettere né furti, né frodi, né adulteri, a non mancare alla parola data e a non rifiutare la restituzione di un deposito, qualora ne fossero richiesti.

Attorno al 120 invece è Svetonio a parlarci dei cristiani (com’è comprensibile ancora non ben distinguibili, dall’esterno, dagli altri giudei) e di Cristo:

Dato che i Giudei, istigati da Cresto, provocavano costantemente dei tumulti, [Claudio] li espulse da Roma
(Dalle “Vite dei dodici cesari”)

C’è chi si è impuntato sul fatto che il nome riportato è Cresto anziché Cristo. Ma, a parte che un Cresto sobillatore non è attestato da nessun’altra parte, la parola Cristo in greco (il cristianesimo si diffonde prima nell’area dell’impero di lingua greca e il Nuovo Testamento è interamente scritto in greco) veniva scritta con la lettera iota, che però all’orecchio suonava identica alla pronuncia all’epoca corrente della lettera eta, con la conseguenza che nella traduzione in latino spesso si metteva erroneamente una e (corrispondente alla lettera eta) al posto di una i (corrispondente alla lettera iota). Del resto “Cresto” al posto di “Cristo” e “Crestiani” al posto di “Cristiani” sono successivamente attestati in altri documenti dove non c’è dubbio sull’identificazione dei personaggi.

Nel 112 è invece Tacito, negli Annali, a confermare che Cristo è esistito, e che oltretutto è stato realmente giustiziato sotto Ponzio Pilato:

Perciò, per far cessare tale diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Cristo, il quale sotto l’impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; e, momentaneamente sopita, questa esiziale pratica religiosa di nuovo si diffondeva, non solo per la Giudea, focolare di quel morbo, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi è di turpe e di vergognoso. Perciò, da principio vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata una ingente moltitudine, non tanto per l’accusa dell’incendio, quanto per odio del genere umano. Inoltre, a quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, o venivano crocifissi oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte. Nerone aveva offerto i suoi giardini e celebrava giochi circensi, mescolato alla plebe in veste d’auriga o ritto sul cocchio. Perciò, benché si trattasse di rei, meritevoli di pene severissime, nasceva un senso di pietà, in quanto venivano uccisi non per il bene comune, ma per la ferocia di un solo uomo.

In un’orazione di Marco Cornelio Frontone (II secolo), riportata da Minucio Felice, ai cristiani vengono mosse molte accuse infamanti, basate in buona parte su evidenti travisamenti del pasto eucaristico, ma ciò che conta è che vengono menzionati anche Cristo e la crocefissione:

E chi ci parla di un uomo punito per un delitto con il sommo supplizio e il legno della croce, che costituiscono le lugubri sostanze della loro liturgia, attribuisce in fondo a quei malfattori rotti ad ogni vizio l’altare che più ad essi conviene

Ancora nel II secolo Luciano di Samosata, in alcuni passi decisamente anticristiani, finisce comunque col confermare il supplizio in Croce di Cristo e quindi, naturalmente, la sua stessa esistenza. Infatti nell’opera “La morte di Peregrino” fa riferimento diverse volte a Cristo, pur non nominandolo esplicitamente per disprezzo.

Allora Proteo venne a conoscenza della portentosa dottrina dei cristiani, frequentando in Palestina i loro sacerdoti e scribi. E che dunque? In un batter d’occhio li fece apparire tutti bambini, poiché egli tutto da solo era profeta, maestro del culto e guida delle loro adunanze, interpretava e spiegava i loro libri, e ne compose egli stesso molti, ed essi lo veneravano come un dio, se ne servivano come legislatore e lo avevano elevato a loro protettore a somiglianza di colui che essi venerano tuttora, l’uomo che fu crocifisso in Palestina per aver dato vita a questa nuova religione.
[…] Si sono persuasi infatti quei poveretti di essere affatto immortali e di vivere per l’eternità, per cui disprezzano la morte e i più si consegnano di buon grado. Inoltre il primo legislatore li ha convinti di essere tutti fratelli gli uni degli altri, dopoché abbandonarono gli dei greci, avendo trasgredito tutto in una volta, ed adorano quel medesimo sofista che era stato crocifisso e vivono secondo le sue leggi. Disprezzano dunque ogni bene indiscriminatamente e lo considerano comune, seguendo tali usanze senza alcuna precisa prova. Se dunque viene presso di loro qualche uomo ciarlatano e imbroglione, capace di sfruttare le circostanze, può subito diventare assai ricco, facendosi beffe di quegli uomini sciocchi

Dunque nel II secolo era noto che i cristiani seguivano gli insegnamenti di un uomo morto in croce.

Complessivamente tutte queste informazioni sono impossibili da ignorare. Non sono interpolazioni cristiane perché, se tali fossero state, i cristiani le avrebbero inventate più vicine alla loro versione dei fatti, meno ambigue e verosimilmente anche molto meno blasfeme.

Al III secolo risale invece la testimonianza di Sesto Giulio Africano, pervenuta a noi tramite la citazione dello storico bizantino Giorgio Sincello (siamo attorno all’anno 800). Il passo di Africano citato da Sincello nella sua Ecloga Cronographica è il seguente:

Una terribile oscurità si abbatté su tutto il mondo, le rocce furono spezzate da un terremoto e molti luoghi della Giudea e del territorio restante furono abbattuti. Tallo, nel terzo libro delle Storie, definisce questa oscurità come eclissi del sole, a mio parere irragionevolmente

L’argomento della discussione sono i prodigi avvenuti in occasione della Passione di Gesù e riportati nei Vangeli. Africano cita e critica un tentativo di interpretazione naturalistica ad opera di un certo Tallo (secondo Africano l’oscurità di cui si parla non può spiegarsi con un’eclissi di sole perché è avvenuta in occasione della Pasqua ebraica, che cade però sempre durante il plenilunio, situazione in cui la Luna non può certo passare davanti al Sole), ma chi è costui? Tallo è uno storico citato da diversi autori dell’antichità, tra cui Minucio Felice, Tertulliano e Lattanzio. Dal momento che la citazione più antica l’ha fatta Teofilo di Antiochia nell’Apologia ad Autolico, attorno al 180, Tallo dev’essere necessariamente precedente a questa data, sebbene sia impossibile, dai dati esaminati finora, datarlo con maggior precisione. Forse però è possibile identificarlo con un certo Tallo Samaritano residente a Roma nel I secolo: se così fosse la sua potrebbe essere la testimonianza non cristiana più antica in nostro possesso su Gesù Cristo. L’ipotesi nasce da un’osservazione su un passo delle Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio: i manoscritti che possediamo dell’opera ad un certo punto riportano che Agrippa ricevette un prestito da “Allos Samareus”, “altro Samaritano”, ma dal momento che poco prima Giuseppe Flavio non aveva fatto cenno a nessun altro samaritano, alcuni filologi hanno ritenuto, per dare un senso al brano altrimenti un po’ misterioso, di dover aggiungere davanti ad “Allos” una theta, che si suppone presente all’inizio ma poi caduta per corruzione del testo nel processo di copiatura. Con questa aggiunta la scritta si trasforma in “Tallo Samaritano”, e questo sarebbe dunque il nome del misterioso creditore di Agrippa. L’ipotesi non è così peregrina se si pensa che Tallo era effettivamente un nome ricorrente nelle liste dei funzionari della casa imperiale.
Come che stiano le cose, questo Tallo, nonostante tenti di dare una spiegazione razionale dell’oscuramento del cielo, non si avvicina minimamente a mettere in discussione la crocefissione di Cristo, e tanto meno la sua esistenza. A dirla tutta non mette in discussione nemmeno l’oscuramento del cielo, che in effetti forse è lo stesso documentato da Flegonte di Tralles nel XIII libro delle “Olimpiadi” (137), da collocarsi attorno all’epoca della duecentoduesima olimpiade (anni ’30 del I secolo, sovrapponibile alla crocefissione di Cristo).

Di recente è stata avanzata anche l’ipotesi che riferimenti a Cristo e ai cristiani si trovino anche nel Satyricon di Petronio, datato tra il 54 e il 68. Per la precisione, delle analogie con passi del Vangelo di Marco lasciano pensare che Petronio abbia voluto parodiare la religione cristiana. Se così fosse, dimostrerebbe che già a metà del I si parlava di Gesù messo in croce e sparito poi dal sepolcro, il tutto in un’epoca in cui erano ancora in vita testimoni oculari che avrebbero potuto smentire i fatti o raccontarne versioni diverse.

COSA CI DICE IL NUOVO TESTAMENTO

Come che stiano le cose, abbiamo appurato che non è vero che nessuna fonte extracristiana parla di Cristo, e per di più le fonti esaminate sembrano confermare la sua effettiva esistenza.
Abbiamo risposto dunque a chi non è disposto a dare credito alle fonti cristiane. E tuttavia non possiamo che criticare anche questo pregiudizio: il fatto che una fonte sia di parte non implica che non dica il vero, né che sia impossibile valutarne la veridicità! Trasporre una simile chiusura nei tribunali produrrebbe abomini di ogni tipo. Se un giudice ha motivi di ritenere una fonte di parte può comunque trovare benefico consultarla (talvolta non ce ne sono nemmeno di fonti super partes e la scelta è obbligata), in quanto può rivelare, anche contro le proprie intenzioni, delle informazioni che, eventualmente incrociate con altri dati, possono invalidare o confermare una certa visione dei fatti. E in fondo esiste anche la possibilità che una fonte riveli cose contro il proprio interesse, magari per uno scrupolo di coscienza o perché è oggettivamente impossibile sostenere una certa versione dei fatti: a quel punto la parzialità della fonte sarebbe ancora un problema? O potrebbe addirittura, in certi casi, contribuire a rendere credibile la testimonianza?
Il Nuovo Testamento contiene molte affermazioni che remano contro il nascente cristianesimo e che difficilmente sarebbero state inserite da uno scrittore che avesse deciso di inventare una storia di sana pianta per diffonderla tra le persone come vera:

La più antica raffigurazione del battesimo di Cristo ad opera di Giovanni Battista: risale al III secolo e si trova nelle cripte di Lucina, la parte più antica delle catacombe di San Callisto (Roma)

1) Gesù viene battezzato da Giovanni Battista. Questo aneddoto può creare confusione sulla gerarchia tra i due personaggi e sul significato del battesimo, quindi non sarebbe stata inserita se non fosse stata vera.

2) Sono le donne a dare per prime l’annuncio della resurrezione, ma, data l’infima considerazione che veniva data nella cultura dell’epoca alla testimonianza femminile, tale annuncio sarebbe stato creduto molto più facilmente se a darlo fossero stati degli uomini. Vero che il messaggio cristiano è permeato dell’esaltazione degli umili e degli emarginati, ma il Vangelo, soprattutto quello di Luca, contiene già abbondanti passi in cui si valorizza la donna in un modo scandaloso per l’epoca, non c’era bisogno di mettere in predicato anche un punto così cruciale per la credibilità della storia.

3) Noi siamo oramai abituati all’idea di Cristo in croce, ma l’idea di un dio che moriva, per di più in un modo considerato altamente infamante, destava grande scandalo tra gli uomini dell’epoca, e non mancano fonti, cristiane ed extracristiane, che testimoniano di ciò. Un falsario non avrebbe fatto morire il dio di sua invenzione come i delinquenti, questo era prepotentemente contro la sensibilità dell’epoca.

4) Gli apostoli al seguito di Cristo non sono presentati come modello di virtù, sono infatti i primi ad essere increduli e, quando il loro maestro è nei guai, scappano impauriti a nascondersi. Uno di loro lo ha tradito, un altro l’ha rinnegato tre volte bestemmiando. Ovvio che un racconto di questo tipo può gettare sospetti sulla capacità di Cristo di scegliersi i suoi collaboratori e non rappresenta il miglior biglietto da visita per quelli che, a conti fatti, risultano essere i primi vescovi della cristianità, capi e maestri della Chiesa nascente

5) Gesù è condannato dal sinedrio ebraico e giustiziato dai Romani. Se questa fosse un’invenzione, sarebbe strategicamente illogica, infatti gli evangelisti, in un colpo solo, si sono inimicati sia i farisei, potente autorità in loco, che i Romani, potentissima autorità ovunque.
Qualcuno ha visto in alcuni passi, come quelli in cui Pilato cerca di salvare Gesù dalla morte ritenendolo innocente, un opportunistico tentativo di alleggerire le responsabilità romane. Se così fosse, sarebbe comunque una conferma della veridicità dei fatti: si cerca di ammorbidire la posizione di Roma perché effettivamente Roma ha giustiziato Cristo.

6) I Vangeli non tacciono del fatto che tra i farisei corse voce che il sepolcro era stato trafugato. Perché mettere questa pulce nell’orecchio di chi ascolta la storia, se il fatto non è semplicemente vero e noto a tutti? Una storia completamente inventata, scritta perché fosse creduta come vera, non avrebbe contenuto riferimenti a questa diceria.

Il filosofo Friedrich Nietzsche, notoriamente ostile al cristianesimo, in un velato riferimento ai martiri cristiani dice:

“La loro stoltezza ha insegnato che col sangue si può dimostrare la verità. Ma il sangue è il peggior testimone della verità”
(da “Così parlò Zarathustra”)

Effettivamente la disponibilità al martirio di per sé non prova la verità delle proprie idee, ma al più la convinzione con cui le si professa. Tuttavia è lecito chiedersi da dove abbiano tratto la loro convinzione gli apostoli, che la tradizione (confermata per altre vie in alcuni casi) vuole tutti martirizzati con l’unica eccezione di Giovanni, e tutti quei cristiani dei primissimi tempi che entrarono in dissidio con la loro comunità e a volte anche con la loro stessa famiglia. Qualcuno può averli plagiati, ma chi?
Se è stato Gesù, allora non si può dire che non sia esistito, se è stato qualcun altro, bisogna ammettere contro ogni ragionevolezza che il suo nome non si è tramandato in alcun modo, che nessun cristiano lo menziona e che è difficile immaginare di quali benefici possa aver goduto nel diffondere certe bugie (e di come sia riuscito ad ingannare tutti, infatti l’invenzione in questione è l’esistenza di una persona, morta per di più in circostanze pubbliche, non astratte idee metafisiche). Spesso si guarda al cristianesimo primitivo con in testa dei pregiudizi modellati su una concezione della Chiesa che è in realtà dei secoli successivi: i primi cristiani ci hanno rimesso solo denaro, libertà, buon nome e salute a professarsi tali, qualcuno ha anche pagato con la vita. Il primo gruppo di fedeli non può essere stato costituito interamente da folli che si trovano d’accordo su uno stesso delirio, né avevano qualcosa da guadagnarci a mettersi d’accordo nel portare avanti una truffa suicida.

CONCLUSIONE

Dunque si può discutere su cosa effettivamente predicasse Cristo e sull’efficacia con cui le sue parole e le sue azioni sono state trasmesse, ma almeno l’esistenza di un predicatore particolarmente carismatico chiamato Gesù dev’essere ammessa necessariamente: l’alternativa condurrebbe, per coerenza, al rifiuto globale dello studio della storia, visto che la maggior parte degli eventi storici viene ricostruita con criteri analoghi a quelli qui utilizzati. Esistono perfino numerosi personaggi, sulla cui storicità nessuno nutre dubbi, che per certi versi risultano documentati peggio di Cristo. Consideriamo che i primi documenti che parlano di Gesù risalgono ad appena una ventina di anni dalla sua morte, e che ogni testo del Nuovo Testamento è documentato da una mole di manoscritti immensa e che non ha paragoni. Il Nuovo Testamento è il testo più copiato dell’antichità, quello di cui possediamo più copie, e questo ci permette di risalire alla versione originale dei testi con un grado di probabilità impensabile per tutte le altre opere del mondo antico. I manoscritti più antichi che possediamo poi risalgono appena al III secolo, ma se consideriamo anche i frammenti possiamo risalire fino al II secolo.
Quello di cui molti non si rendono conto è che in realtà questa è una mole di documentazione eccezionale.

Vediamo qual è la situazione per altre figure storiche :

Siddharta Gautama detto il Buddha
Le prime fonti scritte che ne parlano sono distanti dalla sua vita diversi secoli e contengono racconti abbastanza particolari. Nell’Ambattha Sutta per esempio:

Poi, dopo essere uscito dalla sua dimora, il Sublime iniziò a camminare, ed Ambattha fece lo stesso. Camminando vicino al Sublime, Ambattha osservò i 32 segni di un Grande Uomo sul corpo del Sublime. Così poté vederli tutti tranne due. Rimase col dubbio su questi due segni: genitali coperti da una guaina e lingua ampia. Il Sublime, notando i dubbi di Ambattha mediante i suoi poteri psichici, fece in modo da fargli vedere i suoi genitali coperti da una guaina, poi cacciò fuori la lingua e toccò con la punta le orecchie e le narici, e poi coprì con la lingua tutta la fronte. Allora Ambattha pensò: “L’asceta Gotama possiede tutti i 32 segni maggiori di un Grande Uomo, tutti in modo completo senza nessuno escluso.” Poi disse al Sublime: “Posso andare, Venerabile Gotama? Ho molto da fare.” “Ambattha, fa ciò che ritieni opportuno.

Rendiamoci conto, Buddha è vissuto nel V sec. a.C., il buddhismo è stato diffuso in buona parte dell’Asia dall’imperatore Ashoka solo nel III sec. a.C., lo stesso secolo che vede la comparsa della scrittura in India e la fissazione in forma orale del Canone Pali, cui appartiene il testo appena letto, che è poi stato messo per iscritto nel I sec. a.C. (ma la versione a noi nota è stata redatta solo nel V sec. d.C., e non è sicuro quanto sia vicina a quella originaria).

Spitama Zarathustra, noto anche come Zoroastro
Di lui non si sa quasi nulla, ma la cosa sorprendente è che gli studiosi non sanno collocarlo unanimemente nel tempo. Si va da datazioni altissime (XI sec. a.C. o addirittura prima) a datazioni più basse (VI sec. a.C.), mentre i suoi insegnamenti sarebbero stati messi per iscritto solo in epoca tardo-achemenide, se non dopo. Il manoscritto più antico che possediamo dell’Avesta però è soltanto del XIII sec. d.C.

Ipazia di Alessandria
Se ne è molto parlato (lo abbiamo fatto anche noi), perché la sua figura è stata strumentalizzata in chiave ideologica. In realtà però, come abbiamo visto, di lei non si sa quasi nulla e le fonti che ne parlano sono quasi tutte di molto successive. Curioso come lo scetticismo nei confronti dell’esistenza di Cristo conviva in alcune persone con una specie di mitizzazione di Ipazia, con criminalizzazione del vescovo Cirillo annessa.

Socrate
Un personaggio fondamentale per la storia della filosofia. Eppure lui non scrisse nulla, e a parlarci di lui sono in particolare quattro fonti: Platone, Aristofane, Senofonte e Aristotele. Platone però usa la figura di Socrate per spiegare le proprie dottrine, Aristofane ne fa caricatura per fini satirici e Aristotele lo rilegge, come fa con tutti gli altri filosofi, alla luce delle sue idee sulla filosofia. La conseguenza è che il vero Socrate resta una figura tutto sommato poco documentata.

Alessandro Magno
Tantissime fonti ne parlano, ma quelle a noi pervenute sono tutte successive a Cristo (e quindi vengono più di quattrocento anni dopo le imprese di Alessandro). La cosa interessante è che ogni autore ha dato un personalissimo ritratto del condottiero, al punto che spesso si è detto che nel narrare la sua vita l’immaginazione dei singoli ha preso il sopravvento.

Annibale Barca
Il grande condottiero cartaginese è morto nel 183 a.C., ma le fonti principali sulla sua vita sono quasi tutte parecchio posteriori. Le “Storie” di Polibio sono le uniche vicine ai fatti e sono state scritte minimo una quarantina di anni dopo la morte di Annibale (mentre la distanza tra Gesù e primi testi che parlano di lui è circa la metà). Se ci si sorprende di quanto tardivamente si sia scritto di Cristo, tanto più ci si sorprenderà per la sorte letteraria di Annibale!

Pitagora di Samo
Una figura misteriosa, dato anche il carattere esoterico dei suoi insegnamenti, e molte cose che gli si attribuiscono non sono ascrivibili con certezza a lui ma sono forse elaborazione successiva della sua scuola. La sua biografia poi nelle fonti si mescola spesso alla leggenda, accentuando il mistero.

Riepilogando quanto detto:

1) Non c’è motivo di rifiutare le fonti cristiane

2) Le fonti cristiane depongono a favore dell’esistenza di Gesù

3) Non è vero che non esistono fonti extracristiane (e comunque l’assenza di tali fonti non avrebbe nulla di sospetto, come invece afferma qualcuno)

4) Le fonti non cristiane depongono anch’esse a favore della storicità di Cristo

5) Il cristianesimo non è una ricostruzione storica ma un fatto, sotto i nostri occhi quotidianamente, e questo fatto deve aver avuto un’origine che non può essere un’invenzione totale

La questione potrebbe dirsi già liquidata, ma qualcuno potrebbe obiettare che resta in piedi un’altra questione, quella delle presunte analogie tra la biografia di Cristo e quella di altri personaggi religiosi. L’idea è che l’esistenza di Cristo non sia credibile in quanto la sua vita è stata chiaramente ricalcata su quella di figure appartenenti a tradizioni religiose precedenti. Questa posizione è vecchia, ma rilanciata in tempi recenti da un video, divenuto virale sul web, intitolato “Zeitgeist – The movie”. Il video si confuta da sé già semplicemente per le improbabili e ridicole ricostruzioni etimologiche che contiene, ma comunque è pieno di siti di debunking che lo smontano nel dettaglio. Facciamo solo presente, a chi trova irrazionale credere nella storicità di Cristo, che le fonti di Zeitgeist sono, direttamente o no, scrittori screditati dal mondo accademico o di oltre cento anni fa, alcuni dei quali più o meno vicini allo spiritismo o alla società teosofica (fondata da truffatori conclamati, pescati più volte a dire bugie o ad ingannare le persone con trucchi di prestigio). La più rilevante, per l’accanimento mostrato nel negare la storicità di Cristo, è la già citata Acharya S, curiosamente morta il 25 dicembre (appunto, le coincidenze esistono, come ricordato a inizio articolo, ma forse gli studiosi del futuro penseranno che questa scrittrice non sia mai esistita!).

Le analogie che molti rilevano tra Cristo e altre figure religiose sono irrilevanti (ad esempio il fatto che due divinità operino entrambe miracoli discende dall’idea stessa di divino, non è necessario ipotizzare un plagio) o addirittura del tutto inesistenti. Entrare nel dettaglio di ogni singola affermazione sorta in quest’ambito è un lavoro lungo e che ci porterebbe troppo lontano, una ricerca seria conduce comunque senza dubbio a confutare ogni pretesa di ricondurre Gesù a Horus, Krishna, Mithra, Attis, Adone, Tammuz, Dioniso, Buddha, Zarathustra, Eracle o Asclepio (questi i nomi più ricorrenti nel comparativismo selvaggio di cui stiamo parlando). Le affermazioni a supporto non hanno alcuna base, queste teorie si riducono ad inventare di sana pianta delle cose che nessuna fonte realmente dice (come il fatto che Mithra sia nato da una vergine, che Krishna sia stato crocefisso, che Horus avesse dodici discepoli, ecc). In pochissimi casi l’analogia esiste veramente, ma la fonte relativa alla figura non cristiana è vistosamente posteriore a quella relativa a Gesù e l’ipotesi più rilevante è che il cristianesimo abbia fornito il modello piuttosto che plagiato quello di altre tradizioni. In effetti molte tradizioni sorte parecchio prima di Cristo sono state messe per iscritto solo parecchi secoli dopo la sua morte, e non era insolito che venissero inseriti elementi di ispirazione cristiana in cui ci si era imbattuti nel frattempo.
Chi è interessato non faticherà a trovare sul web opere di debunking di queste teorie, ad ogni modo, se qualcuno dovesse proprio sentirne la necessità, non escludiamo di occuparcene noi stessi in futuro. Intanto, dal momento che una delle questioni dibattute in questo campo riguarda la data del 25 dicembre (gli autori miticisti sostengono spesso, senza uno straccio di prove, che il 25 dicembre sia il dies natalis anche di altri personaggi), vi rimandiamo all’articolo che abbiamo già scritto sul tema.
In generale comunque vale sempre la regola che in teoria dev’essere chi fa l’affermazione eccezionale a portare prove a sostegno della sua tesi, non il contrario.

In copertina: Immagine tratta dall’Evangeliario di Aquisgrana del IX secolo: i quattro evangelisti affiancati dalla loro creatura simbolica. L’insieme di questi quattro esseri, noto come tetramorfo, appare per la prima volta nel Libro di Ezechiele, dove quattro esseri, ognuno dotato di quattro facce (una d’uomo, una di leone, una di bue e una di aquila) sostengono il trono di Dio. L’immagine è ripresa poi nell’Apocalisse, dove ritroviamo quattro esseri con le sembianze di uomo, leone, bue ed aquila, stavolta però con una sola faccia ciascuno.
L’associazione di ogni creatura con un evangelista si deve ad Ireneo di Lione, che la escogitò nella sua difesa del canone dall’introduzione di nuovi vangeli o dall’eliminazione di alcuni tra i quattro accettati. La versione che poi ebbe fortuna non fu però la sua, in cui Giovanni è associato al leone e Marco all’aquila, ma quella successiva di Gerolamo, in cui la corrispondenza è invertita (nessuna differenza invece per quanto riguarda Luca, associato al bue, e Matteo, associato all’uomo).

Fonte: Storia delle Idee

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