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Non appena capita un attentato di matrice islamista, la prima cosa che si sente dire e gridare da tutte le parti è che non è una questione di religione, quelli non sono veri religiosi e quant’altro, e forse potrebbe anche darsi che questo sia vero, se per noi essa è una pratica pia ed una morale. Alcuni, in effetti, dicono che l’Islam sia questo. Però, almeno per noi occidentali, ma anche per molti islamici, la religione non riguarda solo una questione di etica e di comportamento o di spiritualità della domenica, quella che facciamo per sentirci a posto con la nostra coscienza. Su questo, in fondo, gli illuministi avevano ragione: la religione può essere estremamente pericolosa.

Spesso ci dicono che i terroristi sono gente di seconda o terza generazione, che ha smarrito le sue radici, che si trova in conflitto con il conformismo dei propri padri e il libertinaggio della società che li circonda; in questo individuano quindi la causa della loro azione, ed il loro rivolgersi a gruppi estremisti. Nessuno però si chiede più a fondo per quale ragione proprio la religione, che ora pare tanto in declino, e non un’altro dei grandi ideali di un tempo li prende tutti. Il grido del suicida non è mai “Siria libera!” o qualcosa del genere, ma “Dio è grande!”. Si dirà che è una formula di esultanza tipica dell’arabo, ed è vero, ma non è ugualmente un caso che sia quella la scelta. La verità è che solo la religione può pretendere un sacrificio così grande come quello del suicida, perché solo la religione può rendere nobile un gesto così disperato e terribile. Si può poi dire quello che si vuole, ma solo la religione può rimettere insieme una vita allo sbando completo e reindirizzarla verso un ideale e rendere ad un uomo senza nulla la forza di volontà e la speranza per tornare ad essere grande.

Sì, gli attentatori sono stati grandi e terribili, tanto che hanno gettato lo sgomento nei nostri cuori; grandi nel male, perché la religione ci rende liberi di essere buoni o cattivi fino all’estremo, cosa che tutte le leggi dello stato non sono in grado di garantire; e grandi perché essa ci rende grandi, mettendo insieme tutto quello che siamo.

Solo che in questa cucitura non tutti scelgono di affrontare allo stesso modo la puntura dell’ago; questa libertà e questa grandezza, infatti, sono terribilmente dolorose ed un uomo da solo non può reggerle. La religione non riunisce insieme le pagine sparse dell’uomo per sé stessa, infatti, ma per un Dio. Ed io ringrazio che a me sia stato dato di reggere questa puntura non da solo, di essere sostenuto nella terribile sofferenza che è la coscienza di sé, da una mano più grande. Che sia forse davvero questo che manca a chi non regge tale puntura? La concreta misericordia del divino?

 

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