Un classico ogni trenta giorni

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Oggi mi sono trovato nella necessità di andare in città (abito in un paesino appena fuori) senza alcun mezzo di trasporto. Il motorino mi ha abbandonato al primo semaforo, spegnendosi dopo diversi giorni in cui si trascinava agonizzante. Al che, invece di abbandonare la mia impresa, ho rispolverato la vecchia bicicletta; ho dovuto pulirla e gonfiare le ruote dopo anni che non la toccavo. Al momento di partire però mi sono reso conto che mancava qualcosa di essenziale: la catena per legarla. È paradossale, ma senza catena non ero libero di lasciarla per poter fare ciò che dovevo. Certo, le catene sono da sempre un simbolo di schiavitù piuttosto che di libertà, eppure in quel momento era la loro mancanza rendermi schiavo di quello che era un mio strumento. A guardarli bene però tutti i simboli sono così; sono astrazioni di un oggetto basate su di un suo utilizzo o una sua caratteristica o ancora una leggenda, ma non esauriscono in nulla neanche l’oggetto stesso, figuriamoci la complessità di ciò di cui sono immagine. La retorica delle catene sarà sempre e comunque, in fin dei conti, retorica e come tutta la retorica non avrà altro scopo che convincere l’ascoltatore, di certo non quello di indagare la verità. Le convenzioni del linguaggio non cambiano la realtà: se pure oggi si parla tanto bene dei ponti e tanto male dei muri, nessuno preferirà vivere sotto un ponte che fra quattro solide mura anche se, o forse proprio perché, queste non lasciano spazio all’integrazione con l’esterno. Accogliere la tormenta a porte aperte sarebbe certo un gesto molto generoso ma anche poco sensato. C’è un tempo e luogo per i ponti e uno per i muri, così come c’è un tempo e luogo per sciogliere i lacci come uno in cui girare mezza città in bicicletta alla ricerca di una catena.

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L'Occhieppese Volante La libertà è una catena