La grammaticalizzazione reversibile, ovvero piccola analogia linguistico-teologica sull’eternità

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Esiste nelle lingue un processo assolutamente irreversibile e unidirezionale, che al massimo si può arrestare e si chiama grammaticalizzazione. Si tratta di quel processo tramite cui una parola piena diventa una parola vuota; il processo tramite cui il pronome dimostrativo latino ille è diventato il nostro articolo determinativo. Irreversibile e unidirezionale significa che una volta che la parola inizia a perdere il suo significato pieno il suo mutamento può solo arrestarsi, ma non può tornare indietro. Questo finché si resta nella linguistica descrittiva.

Se però si supera lo scoglio e si entra nella glossopoiesi (la creazione di lingue inventate) le cose cambiano e questo cambiamento mi ha aiutato a comprendere il complicato problema teologico del rapporto dell’eterno con il tempo. Infatti una parola grammaticale (ovvero vuota come l’articolo o una preposizione) può nascondere dietro di sé una parola piena, ma chi studia la lingua è interessato solo alla forma attuale (l’istante). Il glottoteta (l’inventore della lingua) però quando crea una lingua la conosce tutta intera e conosce tutto il suo sviluppo; si tratta ovviamente di un’evoluzione fittizia ma nel momento in cui il glottoteta parla sa che l’istante ha un passato e un futuro; conosce e può risalire, con la fantasia o con altro, violando tutte le regole senza invalidarle. Il potere di subcreazione del glottoteta sulla sua lingua gli conferisce onniscienza e controllo del tempo su di essa; per lui non esistono né il passato né il futuro, può parlare la sua lingua come se fosse di un secolo o di un altro del suo sviluppo e così è il modo in cui Dio vede il tempo: non come una sequenza, ma come un intreccio. Un istante del tempo non è un punto su una linea, ma il centro da cui si dirama tutta la storia. L’eternità del Dio cristiano non è altro che questo.

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