Un classico al mese

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Ci sono diversi autori che ci hanno abituato ad un nuovo tipo di fantasy, parecchio lontano da quello delle fiabe, di McDonald e di Tolkien. I lettori di massa sono meno interessati a tempi lontani o luoghi fantastici a meno che non ci siano delle corrispondenze esplicite con la modernità o per lo meno con la loro vita; soprattutto non hanno una gran voglia di fare lo sforzo di calarsi in un mondo totalmente altro, che si muove secondo una mentalità diversa dalla loro. Ecco, per questi lettori, c’è un autore migliore George R. R. Martin, più utile, meno prolisso, meno sfacciatamente commerciale: Joe Abercrombie.

I fantasy di Abercrombie hanno un’identità precisa; preferiscono seguire pochi personaggi emblematici al continuare a farne apparire, sparire, ricomparire, e in questo modo possono dire quello che vogliono senza perdersi per strada. Non manca il cinismo crudo e disilluso che appartiene a questo sottogenere (soprattutto nelle trilogie del mare infranto e della prima legge); non manca una coscienza ed una mentalità politica volta al vantaggio personale tutta moderna; non mancano personaggi confusi e in cerca di senso e identità (soprattutto ne Gli Eroi) a cui la narrativa contemporanea ci ha tanto abituato; non manca, insomma, nessuna delle caratteristiche che un lettore dei nostri giorni vuole trovare in un buon libro, uno che non lo lasci andare uguale a prima di leggerlo. Viviamo in un mondo orribile e fatto di gente orribile, ingannarsi immaginandolo più nobile e le persone più forti è certamente sbagliato e poco utile.

Questo però non significa che non possa esistere la redenzione e che questa non sia semplicemente fantastica; di fantasy in Abercrombie ci sono solo geografia e magia. Ne Il sapore della vendetta se ne ha un saggio meraviglioso: una redenzione che supera tutte le colpe personali e gli stigmi sociali che possono spezzarci le gambe e trasformarci in qualcosa che non siamo. Perché in fondo l’uomo non è un animale sottoposto alla legge della giungla come gli altri; perché il cinismo non è la cifra ultima dell’uomo ed esistono modi di essere vittoriosi senza essere infelici e malvagi.

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