Il cattosociologo fa tanto il moderno contrapponendo alla dottrina la carità (che è divenuto il secondo nome di “pensiero debole”), ma è proprio la carità che gli manca, sostituita dalla presunzione di poter trattare gli altri come scemi da gabbare, da intortare, da adescare

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Oggi quasi tutti nella Chiesa si sforzano di trovare strategie per comunicare il “messaggio cristiano”, cercano parole, grammatiche, modi, alfabeti, stili, approcci. Fanno l’elenco delle cose che non si possono dire e di quelle che non è opportuno dire. Ed è per questo che al Family Day non ci vanno, che la tal battaglia non la fanno, che se interpellati non rispondono o rispondono sviando. “Perché occorre un altro alfabeto, oggi”.
Io credo invece che non occorrano travestimenti, che sotto tutti gli strati di convinzioni e di vizi intellettuali che un uomo si porta addosso in base al proprio tempo, batta un cuore affamato dell’integrale radicalità di Cristo. Alla fine della fiera non si tratta di scegliere tra strategia e strategia, ma tra la sincerità e il baro. E se bari è perché credi che Cristo non sia la verità, ma un ingrediente che abbisogna di essere cucinato, adulterato, violentato, mistificato, usato.
L’unico accorgimento di metodo che è effettivamente legittimo avere è quello sul da dove partire. Perché se ho davanti uno che è interessato all’eleganza e non gliene frega niente dei problemi sociali, è inutile stargli a parlare di come Cristo sia principio risolutivo del problema sociale: si dovrà piuttosto rapportarsi da uomo a uomo, stando sul come senza Cristo ne vada dell’eleganza di ogni cosa. Mi sembra che anche il genio educativo di alcuni grandi, come don Bosco, don Giussani, don Escrivà, sia stato incontro sulla domanda viva nel presente storico sì, ma mai rimozione di qualcosa, mai. Soprattutto sui temi della natura, che la grazia ricostituisce ma che è da principio fondata in re, e non sulla sovrannatura legata alle potenze obbedienziali ma troppo altra per essere oggetto di rapporto dialogico con chi non ha riconosciuto Cristo presente oggi. Il farsi tutto a tutti può essere solo questo. Il resto è prostituzione, è furfanteria, è usura. In fondo non si tratta di far altro che trattare da uomini i nostri amici, anziché da bambini, da stupidi, come facciamo ogni volta che adulteriamo la verità come si adulterano i sapori amari per le bocche dei bimbi. Chi si scandalizza è perché non cerca: “moralista è chi non si lascia scandalizzare”, diceva Pasolini. Peggio per lui, vedrà Dio se il momento del suo cuore è un altro. Non spetta a noi portare gli altri tra le ghiande delle mezze misure, spetta a Dio tollerare nei suoi divini decreti che uno vi cada. Il cattosociologo fa tanto il moderno contrapponendo alla dottrina la carità (che è divenuto il secondo nome di “pensiero debole”), ma è proprio la carità che gli manca, sostituita dalla presunzione di poter trattare gli altri come scemi da gabbare, da intortare, da adescare. Quando la Chiesa (o meglio noi singoli che ne facciamo indegnamente parte per grazia) non vuole essere maestra diventa maestrina, e le maestrine sono sempre insopportabili, perché non ti portano nulla, portano solo l’immagine di se stesse e del giro a vuoto dei propri pensieri vanitosi quindi volgari.

(Nell’immagine: la Carità Romana, il Padovanino, XVII secolo)

Il cattosociologo fa tanto il moderno contrapponendo alla dottrina la carità (che è divenuto il secondo nome di "pensiero debole"), ma è proprio la carità che gli manca, sostituita dalla presunzione di poter trattare gli altri come scemi da gabbare, da intortare, da adescare

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