Un classico al mese

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L’epica è morta. L’epica è morta quando abbiamo smesso di meravigliarci, quando ci siamo arroccati nella nostra conoscenza, chiusi nella nostra scienza. L’epos ha esalato il suo ultimo respiro quando abbiamo relegato lo stupore ai piccoli momenti di svago, quando cioè abbiamo rinchiuso i racconti in un angolino piccolo e buio della nostra vita, nell’otium delle nostre giornate, nei momenti di puro relaxI libri accanto ai letti sono la morte del racconto, il marmo dei comodini la sua pietra tombale.

La gente si raccoglieva attorno ad aedi e rapsodi per ascoltare del “pelide Achille”; si trattava cioè di un momento particolare, non di una parentesi come un’altra. L’aedo era ispirato direttamente dal divino, dalla Musa; non era uno scrittore che vende intrattenimento. E anche se le storie erano sempre le stesse, sempre uguali, la gente non si stancava mai di ascoltarle, perché erano le loro storie, la loro mitologia messa in canto. Era l’universo che si svelava loro attraverso il poeta.

Salvezza dell’epica sono stati i racconti fantasy del secolo scorso, che però non hanno fatto altro che raccogliere più o meno direttamente il testimone delle grandi saghe nordiche, dal Beowulf ai Nibelunghi e via dicendo. E d’altronde, se Tolkien e pochi altri sono riusciti nell’intento, non si può dire lo stesso dei loro eredi, traditori del genere, venditori dell’epos. George Martin ha smesso di scrivere i libri de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco per dedicarsi alla parte più fruttuosa della faccenda, la serie TV, dimostrando d’aver sempre avuto in mente solo ed esclusivamente fama e denaro. Harry Potter ha nutrito l’immaginario di un paio di generazioni al massimo, e ora se ne trovano i libri nel reparto dedicato all’infanzia, mentre la Rowling si affanna per tenerlo a galla con opere teatrali e film che non brillano certo di luce propria.

Ma se anche nascesse un nuovo Tolkien, sentiremmo comunque la mancanza di un’epica tutta nostra, di una mitologia in cui riconoscerci nel presente, ora. I vari medioevi fantastici sono epici, nel vero senso della parola; ma sono comunque lontani, distanti. Possono essere un’epica, ma non l’epica nella sua totalità. Oggi c’è bisogno di un’altra epica, una in cui l’uomo moderno possa rivedere sé stesso, riconoscersi. C’è bisogno di un’epica che racconti uomini non più in armature di metallo a cavallo di draghi o grifoni, bensì con indosso tute spaziali alla ricerca di nuovi mondi. Non che i poemi Omerici o il Ciclo Arturiano non abbiano più nulla da dirci, anzi. Ma non possono avere l’ultima parola.

E mi dispiace, ma nemmeno la stupefacente saga di Star Wars è riuscita in questo intento, dichiarando nel suo primissimo fotogramma di voler collocare le sue storie “tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana”; quindi non il nostro tempo, non il nostro mondo. Ciò le ha concesso una grande libertà, la libertà di raccontare di ordini cavallereschi con misteriosi poteri in viaggio nello spazio alla velocità della luce. Ma quel vuoto è rimasto tale, Guerre Stellari non ha cioè potuto (o voluto) creare un’epica moderna.

Ma perché esiste questo vuoto? Perché c’è chi continua a trascinare all’infinito un mondo, quello fantastico di elfi e orchi, in cui molti ormai non si ritrovano più? Perché la fantascienza o si riduce ad un fantasy spurio, come la saga lucasiana, oppure lo è in maniera cervellotica, asettica? Asimov ha scritto grandi libri, ma da essi straripa il fisico; il romanziere è schiacciato dallo studioso, l’aedo dallo scienziato. Philip Dick, famoso per gli adattamenti cinematografici dei suoi libri (Minority Report, Blade Runner), è uno dei pochissimi ad avvicinarsi ad una narrativa veramente fantascientifica, cioè innanzitutto fanta-, e poi solo dopo scientifica. E infatti i più gli rimproverano di non essere stato abbastanza “scientifico”, di “romanzare” troppo. Essi preferiscono le varie distopie, che lasciano più spazio all’angoscia che allo stupore, solo perché più scientificamente accettabili.

Il fatto è che, come dicevo, abbiamo smesso di meravigliarci. E abbiamo smesso di meravigliarci perché qualcuno ha smesso di volere meravigliarci. Il grande credo moderno è la scienza, e gli scienziati ne sono i sacerdoti. Ma mentre i preti invitano costantemente ad ammirare la bellezza del Creato, i ricercatori non fanno che banalizzare le loro stesse ricerche, dicendo: “Fidatevi di noi, che sappiamo quello che facciamo e lo facciamo per il vostro bene”.

L’astrofisico Luca Perri, nuova stella del web, nei suoi discorsi si perde un po’ nell’utilitarismo tipico dello scienziato moderno; ma dice anche una cosa bellissima, una cosa che non capita spesso di sentire dai suoi colleghi: “Nel DNA l’uomo ha l’impulso al viaggio e il primo viaggio che immagina è quello su altri corpi universali. Andiamo alle Maldive, ma dentro di noi vagheggiamo di approdare su pianeti sconosciuti e magari più avventurosi”.Galilei fu un grande scienziato non per le sue intuizioni, ma perché era mosso dalla curiosità, dallo stupore. Egli puntò naso e cannocchiale al cielo, prima di tutto; noi camminiamo a testa bassa, contentandoci che degli esperti diano i loro nomi a quelle stelle di cui poi ci capita di leggere distrattamente su Focus.

L’epica dunque è morta perché è stata uccisa dagli scienziati. Dagli scienziati e dai poeti. Perché se i primi hanno assunto il ruolo di vates, di guide sacre, escludendo l’uomo comune dalla ricerca (nonostante sia a lui che debbono i soldi per essa), allo stesso tempo i secondi non si sono opposti a questa rivoluzione. Quelli che dovevano prendere le grandi scoperte e farne epica, racconto, sono fuggiti a gambe levate. Coloro i quali avrebbero dovuto cantare i mondi scoperti dagli scienziati, sono rimasti legati a doppio filo a quelli vecchi, quelli più sicuri, quelli che sapevano sarebbero piaciuti alla gente; per giunta in modi che, come ho detto, si riducono a un svendita totale delle idee.

Ecco perché ho salutato con entusiasmo i nuovi e reali tentativi di epica moderna.

Interstellar è il più celebre e recente di questi, e pare aver dato nuovo impulso al genere. Non si tratta dell’ennesima storia di robot ribelli e alieni divoratori (anche se avrebbe rischiato d’esserlo, se avessero conservato lo script originale scritto da Jonathan Nolan per Spielberg), e infatti il pubblico si è immediatamente diviso. La pellicola ha fatto appena in tempo ad uscire nelle sale, che orde di scientisti si sono scatenati nella critica alla sua scientificità. “Non è possibile sapere cosa c’è in un buco nero”, dicevano alcuni; “se anche potessimo entrarci non ne usciremmo”, ribadivano altri; e via dicendo. Poco importa che dei buchi neri, per ora, si abbiano quasi solo modelli matematici e poche, timide (ma già stupefacenti) immagini; poco importa che persino un insospettabile Steven Hawking abbia dato il suo placet al film, dicendo che “i buchi neri non sono così neri come vengono dipinti. Non sono le prigioni eterne che si pensava fossero fino a un po’ di tempo fa. Le cose possono fuoriuscire da un buco nero, magari anche in un altro universo”.

Invece di meravigliarci di fronte alla rappresentazione visiva più accurata e realistica di un buco nero (perché è questo che è il Gargantua del film), invece di porci mille domande su cosa possa effettivamente esserci al suo interno, immaginando infiniti universi, siamo capaci soltanto di voltare lo sguardo, anzi di abbassarlo scettici. Ma se agli scienziati è giustamente concesso e anzi richiesto d’essere scettici, d’avere quella giusta dose di reticenza, necessaria ad una ricerca accurata, alla stessa cosa non dovrebbe abbandonarsi l’uomo comune, né tantomeno il poeta, l’aedo, coloro i quali dovrebbero invece trovarsi a vagheggiare di “approdare su pianeti sconosciuti e magari più avventurosi”, per l’appunto. La stessa dose di scetticismo non dovrebbe velare lo sguardo del cantore.

Gli antichi non possedevano tutti gli strumenti che possediamo noi; ma avevano una cosa che noi abbiamo perso, e cioè la meraviglia. Agli uomini d’oggi è posta davanti la prospettiva di potere, un giorno, giungere sulla Luna o su Marte come si va dall’Europa all’America, e tutto quello che fanno è avanzare dubbi e perplessità, come se fossero i diretti responsabili della costruzione di razzi e capsule.

Cooper, il protagonista di Interstellar, è un ex-astronauta intrappolato in un mondo che preferisce formare agricoltori invece che ingegneri, poiché “non abbiamo esaurito le scorte di televisori e aeroplani, abbiamo esaurito le scorte di cibo”, come gli fa notare il preside della scuola dalla quale sua figlia è stata espulsa per aver difeso la veridicità del celebre allunaggio. E questo mondo gli sta stretto come una prigione; non perché la mancanza di cibo non sia reale, ma perché questo ha reso gli uomini disincantati, cinici, chini a zappare la terra dimenticandosi del cielo sopra di loro. E se la mancanza di cibo uccide il corpo, la mancanza di meraviglia uccide l’anima.Così si sfoga Cooper parlando con il suocero: “Un tempo per la meraviglia alzavamo al cielo lo sguardo sentendoci parte del firmamento, ora invece lo abbassiamo preoccupati di far parte del mare di fango. […] È come se ci fossimo dimenticati chi siamo, Donald: esploratori, pionieri. Non dei guardiani”.

Quello che dobbiamo fare, aedi o uditori che siamo, è decidere se rinunciare a meravigliarci ancora oppure no; se rimanere cioè ancorati ad un passato (glorioso ma pur sempre passato) o se invece vogliamo andare oltre. Abbiamo bisogno di una nuova epica, fatta di uomini coraggiosi alla ricerca di pianeti lontani. Dobbiamo quindi scegliere se essere come quel preside, e restare a nuotare nel fango, o se essere come Cooper, e partire alla volta del firmamento.

In buona sostanza, dobbiamo decidere se essere guardiani o esploratori.

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