Grazie, maestri del lavoro!

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Non penso di aver mai apprezzato abbastanza quanto sia importante la figura di un maestro sul lavoro. A tutti serve una persona che ti prenda e ti sfidi tutti i giorni a scoprire quale passo puoi fare ancora per crescere professionalmente.

Non deve essere necessariamente un superiore. Può essere un collega, un tirocinante, un cliente, un amico, un autore, un imprenditore… L’importante è che ti costringa a mettere in gioco te stesso e a uscire dalla tua routine. Che ti mostri che la paura di cambiare può essere affrontata. Perché la paura di cambiare non è nient’altro che l’opportunità di crescere mascherata dalla nostra pigra routine.

Altrimenti non si esce mai dalla propria comfort zone. Si sta lì, in attesa che il vento cambi, con l’assurda convinzione che “siccome le cose vanno avanti non bisogna fare nulla per cambiarle”. Molto comodo, senza dubbio. Si rientra a casa la sera molto tranquilli, si può accendere il televisore e non pensare più a niente. Ma quante volte quel giorno si ha guardato l’orologio per vedere quando finiva l’orario di ufficio? E quante volte la sera alla domanda “Come è andata oggi al lavoro?” si risponde semplicemente “bene” e non si sa cosa altro dire? Non è lavoro questo. È continua attesa per l’arrivo della pausa pranzo e del weekend e della pensione. È noia.

Ma da soli non se ne esce. Serve un seccatore. Un piantagrane che ci prenda e ci insegni la vita. O costringendoci per invidia a imitarlo, infastiditi dall’entusiasmo con cui alza la mano nel momento in cui il capo presenta una nuova sfida. O costringendoci a sfidare noi stessi, gettandoci nella mischia di una sfida mai vista prima, con il peso della sua fiducia sulle spalle.

Oppure i classici maestri, traboccanti di passione, che ci mostrino passo a passo perché vale la pena di fare per bene quella tal cosa. Come il più tipico degli artigiani educa il suo apprendista. Perché, per quanto semplice e banale possa essere il proprio lavoro, cambia la vita del cliente in meglio. E questo ci fa felici.

Così si capisce perché la paura del fallimento non importa poi così tanto. Oggi posso aver fatto tot cose e averne fallite altre tot. Ma cosa ho imparato? Fallire non significa che non si stanno facendo passi avanti, anzi… Alla luce di questo si capisce un po’ meglio una frase di Edison:

I have not failed. I’ve just found 10,000 ways that won’t work

Perché ogni fallimento è un passo. E i fallimenti nella vita sono inevitabili. Ma serve qualcuno che ci mostri ogni volta come ci si rialza. Altrimenti ci si ferma lì, schiacciati dai propri errori.

Quindi grazie maestri, per come ogni giorno mi accompagnate sul lavoro. Per come mi mostrate che cresco, anche se non me ne rendo conto. Per come la mattina vado al lavoro contento e la sera torno a casa con qualcosa in più in tasca. Per come ogni errore diventa un’opportunità. Per tante altre cose, grazie.

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