Quando di grande c’è solo il marketing

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Ariana Grande non mi piace per nulla non perché fa dei balletti sensuali di fronte a dei ragazzini, non perché non fa vera musica, non perché è uno dei mezzi di instupidimento del potere, ma perché sta lucrando, probabilmente senza accorgersene, sulla tragedia che la vede solo marginalmente coinvolta. Se prima era famosa, ora tutti la conoscono; il suo concerto a scopo benefico la nobilita e aumenta la sua appetibilità; è diventata una sorta di icona della lotta al terrorismo quando in realtà non ha fatto nulla se non piangere e vendere qualche maglietta mentre il mondo di rimando si è attaccato a lei, ha iniziato ad ascoltare le sue canzoni a ripetizione, a comprare i suoi dischi e gadget. Detesto Ariana Grande perché ha innocentemente monetizzato la tragedia di cui ha fatto parte come sfondo; perché, incurante dei cadaveri, con una sciocca e vana speranza negli occhi, ha fatto in modo di diventare la nuova beneficiaria del terrore, cosa che, pur tra tutti i moralismi inutili, è ciò che le vittime si meritavano di meno.

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