Un classico ogni trenta giorni

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Ho visto un’immagine, a prima vista suggestiva: una donna scendeva da un marciapiede, per andare a toccare coi piedi nudi un soffice manto erboso. La didascalia recitava “fuga dalla realtà”. Il marciapiede, se non ho mal interpretato quella fotografia, rappresenterebbe questa realtà dura, fatta di cemento e acciaio, mentre l’erba sarebbe il simbolo di una natura incontaminata, un locus amoenus in cui rifugiarsi, una parentesi bucolica che dovrebbe salvarci dalla freddezza e dal frastuono della città.

In questa filosofia penso ci sia un grosso errore di prospettiva, dovuto a un’idea piuttosto moderna di natura e campagna. Nell’immaginario odierno la natura è un luogo di pace e serenità, una fuga temporanea dalla realtà cupa e grigia della città, del lavoro e via dicendo. Dove la città è la prigionia, il bosco è la libertà; le strade per l’inferno sono asfaltate, quelle per il paradiso sterrate ed erbose. Ma per chi nei boschi ci vive?

Per certi versi è vero, per un uomo di città una passeggiata in montagna può costituire un’ottima evasione. Ma nessuno si è mai domandato come dev’essere per un uomo di montagna? Se un bosco è la fuga dalla realtà della città, per chi vive in un bosco quale può mai essere la fuga? Non può essere la città, coi suoi palazzi e il rumore dei clacson e le luci delle insegne, fonte di meraviglia per un contadino o un pastore che vivono in mezzo ad alberi, cascine e bestie da soma?

Certo, uno potrebbe dirmi: “Non è necessario fuggire, si fugge solo da una prigione e la città è l’unica prigione da cui bisogna fuggire”. Ma allora la domanda è: “Perché mai si dovrebbe fuggire dalla città, anche solo per una giornata? Cos’ha di tanto brutto la città?”. La mia è una provocazione, vorrei mi si rispondesse. Dal mio canto, non penso sia un male vivere in città; o meglio, non penso sia il male vivere in città.

D’altronde, l’uomo da che se ne ha notizia, ha sempre cercato di isolarsi dalla natura, di creare dei ripari da ambienti inospitali; dei luoghi di aggregazioni artificiali, dove non dover preoccuparsi di pioggia, freddo e belve feroci. Cosa renda una palafitta tanto diversa da un condominio, ancora lo si deve spiegare in maniera soddisfacente. Forse perché una è fatta di legno e fango e paglia, mentre l’altro di cemento e metallo? Ma cemento e metallo non sono anch’essi materiali appartenenti a questo mondo? Un palo di legno non è lavorato tanto quanto un muro di mattoni? Ancora mi si deve spiegare perché il fango sarebbe benedetto, mentre la malta maledetta; perché un palazzo sarebbe la bocca dell’inferno e una baita la porta per il paradiso.

Sospetto che chi propugna questa visione così idilliaca della campagna e della natura, non abbia idea di cosa siano campagna e natura. Io sono un uomo di città, tutto sommato; ma la mia città è immediatamente vicina a zone di campagna e, soprattutto, a zone di montagna. In mezz’ora posso raggiungere la mia baita, a 1500 metri s.l.m., una casetta ficcata in mezzo a un bosco. Ogni tanto è pur bello passarci un fine settimana; ma io, che la conosco bene e bazzico quei luoghi da che ho memoria, non mi sognerei mai di definirla una fuga dalla realtà, come se fosse un posto idilliaco. Mantenerla abitabile richiede un certo impegno: bisogna tagliare spesso l’erba con un decespugliatore lungo rive alquanto ripide; tenere gli steccati in buono stato per evitare che mucche e capre sconfinino; spazzare sempre le foglie per tener lontani ospiti indesiderati come ragni e vipere. Vale sicuramente la pena; ma mai mi sognerei di definire tutto questo un luogo ameno, una specie di paradiso in terra. E sto parlando di un luogo di vacanza; se dovessimo addentrarci nella vita d’un contadino o d’un allevatore, non finiremmo più.

Chi si fregia di quest’idea di natura, ha forse in mente quei praticelli appena fuori dalla città, meta di nugoli di turisti attrezzati di griglia e bimbi vocianti; o al massimo quei laghetti di montagna accessibili dopo qualche ora di camminata, dotati di scarponi e zaini appena. Credo abbastanza fermamente che la natura tanto decantata, sia una natura inesistente; una natura che esiste solo in un immaginario che non trova alcuna corrispondenza nella realtà. Tant’è che al comparire dei primi effetti collaterali di questo mondo (formiche, mosche, animali selvatici, intemperie), ecco che tutti gli adoratori di Madre Natura fanno fagotto e levano le tende.

Quando la natura si presenta per quella che è, persino l’ammiratore più incallito si trova costretto a tornare alla sua calda e comoda città. Alle prime avvisaglie di quel che la natura realmente è, il più intrepido cittadino fugge da essa. La fuga dalla realtà si trasforma in una fuga dalla fantasia.

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Il Polemarco Fuga dalla fantasia