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“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

 

È stato di nuovo mio nonno a darmi uno spunto per le mie follie. Lo ha fatto redarguendomi sulle mie abitudini poco consone alla stagione in corso, cosa che mi porta ad essere spesso costretto a letto da forti raffreddori. Dopo l’ennesimo pistolozzo, si siede sulla poltrona e mi dice: “Dimmi la verità, Edoardo: sei un frequentatore di bar?”, al che io rispondo, perplesso: “Che razza di domanda è?”. Lui, spazientendosi un poco, si spiega meglio: “Lo sai che nei bar è pieno di gente, che è facile buscarsi un accidente in mezzo a tutte quelle persone?”. Io scuoto la testa e non replico più. Ma, dopo qualche secondo, ecco formarsi dentro di me una delle mie solite idee folli, le quali sembrano delle vere e proprie pallonate lanciatemi in testa dal calcio di qualche goleador. Mi è venuto in mente che aveva proprio ragione mio nonno, che il suo tono preoccupato era assolutamente giustificato mentre parlava dei bar, anche se non per il motivo da lui addotto. Aveva cioè ragione a temere che io sia un frequentatore di tali posti, non però per ragioni igienico-sanitarie, bensì per ragioni etiche. I bar sono, infatti, dei luoghi veramente poco raccomandabili. Nella migliore delle ipotesi, sono ricettacoli di tipi loschi e senza ritegno. E io, per fortuna, mi annovero tra questa schiera di relitti della società. Ovviamente non parlo di quei caffè d’alto bordo, dove ti servono da bere col sottobicchiere e ti lasciano il cioccolatino a lato del caffè. Io parlo invece di quelle sane bettole dove si beve, si urla e si fuma (ammesso che esistano ancora luoghi chiusi in cui si possa godere di tale piacere). In posti del genere, così sporchi e rumorosi, ha modo di svilupparsi quella tremenda e disdicevole cosa che si chiama libertà, un valore, se così si può chiamare, che la società odierna ha in odio più di qualunque altro. In una locanda del genere, un uomo è libero di ammazzarsi a forza di bere e di rovinarsi a forza di giocare d’azzardo, cose che sono sicuramente un male, ma che è altrettanto sicuramente un bene poter fare. Un uomo, parafrasando il mio amico Chesterton, dev’essere libero di dannarsi, altrimenti non è più libero di un cane. Un uomo conserva la sua dignità solamente laddove gli è consentito di lordarla e bistrattarla. In breve, un uomo è libero solo quando è padrone di sé stesso. L’uomo moderno ha rinunciato a quelle libertà che sono le uniche per cui vale la pena di vivere, in cambio di tante altre piccole e insignificanti libertà. L’uomo moderno ha rinunciato alla libertà di vincolarsi con un voto, la quale non è altro che la suprema libertà di togliersi la libertà, in cambio della libertà di gettarsi in millanta avventure dal sapore esotico. Ha rinunciato, tornando al tema della follia, alla libertà di bere e fumare quanto vuole, quindi alla libertà di fare del proprio corpo ciò che vuole, in cambio della libertà di scrivere qualunque sciocchezza gli passi per la testa o della libertà di andare a letto con chi vuole. La società odierna non ha commesso il banale errore delle dittature, le quali privavano l’uomo di ogni libertà, ma ne ha bensì concesse di piccole e insignificanti, in cambio di quelle essenziali. Ma questa moderna distopia ha fatto anche di più, concedendo soltanto quelle libertà che è possibile controllare. Ha concesso all’uomo di scrivere e leggere quel che gli pare e piace, perché è facile controllarne il pensiero, mentre non è altrettanto facile controllarne lo stomaco: si può indirizzare il pensiero della gente, ma non è possibile indirizzare il gusto di ogni singola persona; posso indottrinare un uomo in maniera che si convinca che l’erba è blu e non verde, ma non posso convincere la sua lingua a gustare il Barbera meglio della Bonarda, se quest’ultimo è il suo vino preferito, o a dirsi sazio se il suo stomaco brontola ancora. La società odierna ha attuato una dittatura innovativa. Il regime moderno, compresi gli errori del passato, ha concesso qua e là alcune piccole libertà, le uniche che si possono tenere bene al guinzaglio, e ha eliminato tutte le altre. Per concludere, essa ha eliminato quelle libertà che rendono la vita degna d’essere vissuta.

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