Corso di lingue classiche: I casi

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Uno dei punti per una qualche ragione più ostici per gli italiani che si avvicinano alle lingue classiche sono i casi. Molto spesso questo è dovuto alla fretta di imparare e insegnare la morfologia, che evita una riflessione su cosa sia il caso in sé e perché il latino e il greco ne facciano uso o perché l’italiano non lo faccia. Ma l’italiano davvero non ha i casi? Davvero il parlante italiano per capire cosa siano deve entrare in un altro mondo?
L’unica vera prova della derivazione dell’italiano dal latino, sono in realtà proprio i casi, rimasti ormai quasi come fossili, ma sostanzialmente immutati, nei pronomi personali: Io, me, mi, tu, te, ti, egli, lui, gli etc. Quando usano i pronomi personali gli italiani sanno benissimo che cos’è un caso; lo sanno persino gli inglesi che hanno una lingua che ormai sta diventando isolante. Ma cos’è allora un caso? La sua natura va analizzata secondo le sue due facce, una legata alla struttura (sintattica), e l’altra legata al significato (semantica). Innanzitutto i casi indicano dipendenza o indipendenza. Vocativo e (un po’ semplicisticamente) nominativo possono essere considerati casi indipendenti. Tutti gli altri marcano (cioè indicano) una dipendenza che va divisa in tre tipi diversi: 1) dipendenza da verbi (o da predicazioni); 2 dipendenza da nomi; 3 dipendenza da preposizioni. (NB: si parla qui di dipendenza sintattica, non semantica. È semplicemente una questione di gerarchia della frase).
Prendiamo il caso dei pronomi personali: io è indipendente; me e mi indicano una dipendenza da verbi; me indica una dipendenza dalle preposizioni; la cosa più vicina ad un caso per la dipendenza da un nome è il pronome possessivo mio. Arriviamo alla seconda faccia: me e mi marcano una diversa dipendenza dal verbo. Sappiamo bene che il primo farà da complemento oggetto e il secondo da complemento di termine (oggetto indiretto) e non useremo mai l’uno al posto dell’altro; allo stesso modo ci è molto chiaro che il me complemento oggetto e il me che usiamo dopo una preposizione sono molto diversi, anche se hanno una forma identica. Ora il latino e il greco, molto semplicemente, privilegiano e indagano molto di più dell’italiano questa seconda natura del caso.
Marcano la dipendenza da un nome con il genitivo. Marcano la dipendenza da un verbo con Accusativo e dativo (raramente ablativo anche se si tratta di una dipendenza diversa). Marcano la dipendenza da una preposizione un po’ con tutti (anche di questo si riparlerà). Ogni caso però è caricato di sfumature diverse come quelle che distinguono il me dal mi italiani, per cui un ablativo non indicherà mai un moto a luogo e un accusativo non sarà mai usato per un moto da luogo.
Se la cosa sembra troppo complicata, bisogna notare che anche in italiano le preposizioni hanno diverse sfumature. prendiamo ad esempio “per” che è l’incubo di tutti quelli che fanno analisi logica: può essere complemento di fine, di vantaggio, di causa, di relazione, di limitazione, di moto per luogo, di moto in luogo circoscritto e sicuramente avrò dimenticato qualcuno dei suoi usi. Da cosa capiamo quale di questi indica? Principalmente dal contesto e dal senso. Le lingue dotate di casi, semplicemente, aggiungono una piccola precisazione riguardo al contesto.
La grammatica tradizionale, per ansia di correttezza morfologica si è concentrata moltissimo sui casi, che in realtà si trovano senza preposizioni molto di rado e in ogni caso costituiscono più delle sfumature, che delle vere e proprie marche per indicare i complementi. La maggior parte del peso di questo ricade sulle preposizioni e infatti i dizionari riportano quelle e non i i casi.

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