Beati quelli che sanno ridere di se stessi: non finiranno mai di divertirsi

18582023_1320821454703750_4953022153462512532_n
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su pinterest

A proposito del dio-diritti-civili, e della condanna per blasfemia a chiunque si lasci scappare la bestemmia.
Bisogna distruggere gli idoli, e c’è un’arma non violenta efficacissima, umanissima e importantissima per farlo: l’ironia. Perché quando di una cosa non sai più ridere, è perché è diventata per te un dio, quindi con buona probabilità un idolo.
Voegelin faceva consistere il totalitarismo nel divieto di fare domande, io aggiungerei che il totalitarismo compiuto senz’altro proibirebbe di ridere dei dogmi su cui il potere temporale vigente si fonda. Lo statalismo spinto ne abbisogna, motivo per cui la satira viene ordinariamente censurata anche nei totalitarismi incompiuti (per utilizzare una buona definizione di Renzo De Felice). Il totalitarismo morbido, come uno studioso americano nel ’76 definì il gramscismo e quindi la via intrapresa dall’Italia verso l’oppressione delle libertà, non necessita di gulag: gli sono quasi sufficienti la scuola pubblica, il nuovo senso comune, l’egemonia culturale e il senso di colpa generalizzato.
Se avete visto “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, opera insuperabile di Pasolini sul regno della forza pura, avete presente come i protagonisti siano capaci di ridere quando uccidono una persona ma siano estremamente seri, incapaci di ridere di qualsivoglia loro attitudine sessuale. Guai a chi ride dell’idolo, perché su quell’idolo si regge il contratto sociale vigente.
San Francesco chiamava il corpo “fratello asino”, con la simpatica ironia di chi conosce la comicità di quella parte così impacciata di noi stessi, rispetto alle vette dello spirito, pur rimanendo un “fratello” a noi così caro.
Umberto Eco, che non amo, costruì un avvincente romanzo -Il nome della rosa- sull’angusto moralismo di un frate disumano che voleva considerare peccato l’ironia, uccidendo chiunque la praticasse o ne leggesse l’aristotelico elogio, fino a porre del veleno sulle pagine di quell’elogio, sì da far coincidere lo sfogliare col morire.
G.K. Chesterton, il grande giornalista inglese, diceva che ridere è una cosa estremamente seria.
Tommaso Moro, il santo umanista consigliere del Re d’Inghilterra, diceva “beati quelli che sanno ridere di se stessi: non finiranno mai di divertirsi”.
Se non conoscete Pasolini, né Francesco, né Chesterton, né Eco, né Tommaso Moro, beh, allora siete delle capre e anziché rompere le scatole a noi tomisti da osteria, a noi aristotelici da birreria, dovreste iniziare a preoccuparvi della vostra imminente tosatura, o di brucare l’erba, o di imparare l’arte seria di saper ridere: non finireste mai di divertirvi, amici miei.
Vi auguro un po’ di sana anarchia, anche perché il Re è veramente nudo.

Condividi questo articolo con i tuoi amici!

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su telegram
Condividi su reddit

Iscriviti alla nostra Newsletter

Per rimanere aggiornato su tutte le novità su cui stiamo lavorando!

Torna su