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Trenitalia oggi mi ha regalato la più assurda di tutte le avventure mai provate in treno. A Santhià ci viene annunciato che per un non troppo precisato motivo in una per nulla precisata stazione dei treni che non si sa bene se partono o arrivano ad Alessandria, Novara e Torino subiranno dei ritardi. Fin qui normale amministrazione. Con la tipica fiducia di chi sa che le disgrazie capitano solo agli altri, tutti salgono tranquilli sul treno per Torino. Fuori Chivasso il treno si ferma ma solo per un minuto e ci viene comunicato che, se vogliamo scendere lì, ci conviene metterci in centro al treno, perché la banchina se no è troppo corta (prima volta nella vita che capita una cosa del genere a Chivasso). Dentro al treno avvengono le dovute migrazioni e tutto sembra quieto per il resto.
Il treno si ferma a Chivasso e non riparte più. Ci viene consigliato di scendere e prendere il treno per Pinerolo per arrivare a Porta Susa. Altra migrazione, ma qua iniziano a sorgere dei problemi. Il Pinerolo è un Jazz Versione Regio Express: 202 posti + 145 in piedi e ovviamente sul regionale da Milano a Torino c’era molta ma molta più gente. Grazie alle straordinarie abilità del capotreno un numero imprecisato ma decisamente enorme di persone riesce a salirci sopra, aggiungendosi ai precedenti occupanti.
Per un qualche mio merito accumulato davanti agli dei dei treni riesco anche a trovare un comodo posto a sedere. Intorno si affolla la massa indiscriminata di carne pendolare.
Il treno ferma a tutte le fermate e a lungo per permettere ai poveretti che devono scendere di ricreare la loro individualità estraendola dalla poltiglia umana che riempie ogni anfratto del treno. Nel mentre, per dire quanto è piccolo il mondo, due commilitoni si ritrovano nella folla. intorno a loro però la disperazione si diffonde. Un buon numero di viaggiatori inizia a chiamare i propri cari per avvertirli della loro scomparsa prematura e far sentire un’ultima volta la loro voce.
Per malaugurata ispirazione, anche se si tratterebbe strategicamente di una mossa più saggia, decido di scendere alla fermata prima di Porta Susa. Mi alzo dal mio posto e cerco di districarmi. Un uomo anziano con valigia mi si para davanti. Gli chiedo di scostarsi. Mi risponde che tanto a Porta Susa scendono tutti. Tento di spiegargli che devo scendere prima. Mi risponde con la stessa frase senza modificare di un filo la sua espressione paternalistica. Ripeto che non scendo a Porta Susa ma prima, modificando leggermente le parole. Mi ripete il suo mantra ancora un paio di volte. Un altro viaggiatore accorre in mio aiuto, inutilmente.
La mia speranza nell’intelligenza del genere umano finisce. Mi giro verso l’altra parte del corridoio, che per quanto sembri impossibile è ancora più affollata. Sguscio tra la folla come un’anguilla un po’ fuori forma e dopo circa tre-quattro minuti e un mezzo milione di “permesso” e “scusate” riesco a uscire.

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