Un classico ogni trenta giorni

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Se si vuole studiar la storia, non bisogna studiare storia. Questo è un dogma che andrebbe insegnato fin dalle prime classi delle elementari, quasi come un mantra da mandare a memoria. Ben vengano i manuali, le antologie, i compendi e tutti quei materiali didattici che possono in qualche modo introdurre allo studio del passato; ma insieme alla loro fruizione, andrebbe impartita anche la consapevolezza che il loro scopo è puramente propedeutico. Insieme alle odiose schematizzazioni periodiche, politiche e via dicendo, si dovrebbe specificare che sono, per l’appunto, delle schematizzazioni e nulla più.

Il Medioevo è una periodizzazione del tutto arbitraria; comoda, ma priva di reali fondamenti. Tanto che se il suo inizio è piuttosto convenzionale, la sua fine non lo è quasi per nulla. C’è infatti chi ne pone il termine in corrispondenza della scoperta dell’America (com’è più comunemente insegnato), chi della Rivoluzione Francese (o più in generale delle grandi rivoluzioni del tempo) e c’è chi lo fa terminare addirittura con l’avvento della macchina, collocandone dunque la fine, almeno in Europa, a poco più di un secolo e mezzo fa, quindi l’altroieri (portavoce di questa visione è stato niente popò di meno che Le Goff, tutt’altro che l’ultimo arrivato nel campo).

Ma se una semplice datazione può essere innocua, dopotutto, lo è molto di meno il giudizio fuorviante di certi storici che elogiano o affossano questo o quell’altro personaggio, a seconda dell’ideologia che li guida.

Non è innocuo, ad esempio, il signor Mauro Bocci, che nella sua biografia su Federico II propone un’immagine dello stupor mundi decisamente falsata dalla sua ammirazione per lui; quando cioè lo propone come un augusto precursore dell’ecumenismo, soltanto perché si dimostrò politicamente avveduto nei confronti dei musulmani; o quando ne elogia la prudenza nel non abbandonare l’Europa, in preda a lotte intestine, alla volta della Terra Santa, nonostante l’avesse giurato più volte, salvo poi lanciarsi in una filippica contro il papa quando questi voltò faccia nei confronti del povero imperatore tradito.

Non è innocuo il pur ottimo testo di Letteratura Latina del signor Gian Biagio Conte, che ogni due paragrafi deve ricordarci quanto straordinariamente acculturato e geniale et cetera sia stato il buon Cicerone, di cui ci dice peraltro anche la coerenza che mantenne lungo tutta la sua vita nel perseguire la concordia ordinum (che comunque diventerà poi un ben più timido e semplice consensus omnium bonorum), accennando appena alle “molte oscillazioni”, dovute comunque, dice lui, al nobile intento di mantenere quella concordia. E tutto questo nonostante la principale fonte sulla vita di Cicerone sia Cicerone stesso, delle cui opere persino il Conte deve a un tratto ammettere la palese autocelebrazione.

Sono tanti gli esempi che si potrebbero fare, ma sicuramente chi leggerà ne avrà in mente molteplici.
La sostanza è una e una sola: per conoscere la storia bisogna leggere chi la storia l’ha fatta. In breve, per conoscere un periodo, un evento, un personaggio, bisogna leggere chi quel periodo l’ha vissuto, chi quell’evento lo ha visto, chi con quel personaggio ha avuto a che fare. Certo, le fonti non sono mai a loro volta oggettive. Non possiamo cercare in Sallustio una grande oggettività su Catilina e i suoi congiurati.

Ma quello che possiamo trovare nelle fonti è qualcosa di ben più prezioso e cioè una mentalità, un immaginario, un modo di vedere il mondo che vale più di mille pagine di antologia. Sallustio non sarà stato oggettivo nel parlare dell’avversario di Cicerone e delle sue trame, ma nella sua opera possiamo sicuramente rintracciare un modo di vedere la politica e la società che nessun filtro successivo può riportare fedelmente. Perché Sallustio non provava certo simpatia per Catilina, ma furono comunque contemporanei (il primo nacque circa vent’anni prima della morte del secondo) e io, personalmente, mi fido molto di più di uno storico vissuto all’epoca dei fatti che racconta, per quanto possa essere partigiano, di un qualunque eminente studioso che si trova però a vivere duemila anni dopo, con tutto ciò che questo scarto di tempo, cultura e mentalità comporta.

Conoscere date ed eventi non basta, se poi si applica ad essi il nostro modo di vedere le cose, se si forza la verità storica per propagandare, più o meno consapevolmente, una qualche idea moderna. Soltanto lo studio delle fonti può sfatare ogni mito, dissipare ogni nebbia, dirimere ogni dubbio. Altrimenti si finisce per credere ad amenità come la piramide feudale, o lo ius primae noctis, o i milioni di miliardi di streghe bruciate dalla Chiesa.

Le fonti sono la spada che taglia il nodo gordiano dell’oblio del tempo.
E ben venga chi le studia al posto nostro e ce le consegna; ma solo quando questo non rimane il solo modo di conoscere il passato, soltanto a patto che le voci degli antichi non rimangano soffocate da quelle prepotenti e fuorvianti dei moderni.

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