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Tag Archives: Quasiunmadrigale

Versi dell’ira #2

Mostrami, donna di donne custode, la tua solinga emancipazione: lascia l’ago, imbraccia il forcone, frantuma sulla vanga la tua schiena, se sola vuoi restare. Tendi il mio arco, caccia la tua preda, apri le viscere col mio coltello, battiti sola contro il flagello della malattia ed il nemico che nell’ombra tende insidie sola affronta e sola trema se vuoi. La libertà d’esser soli niun ti levi, s’a nessuno vuoi fidar la tua vita, s’esser sol vuoi nocchiero di te stessa, in questi anni brevi del nostro sanguinar vuoto mortale.

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Ad una donna beatrice

Adgnosco veteris vestigia flammae, Donna che amai, donna che ammiro, E seppur non più arde Questo mio petto ingrato, Con gioia, lieta amica, ti rimiro. Oh, luminosa pieta Fu quella che ti pose al mio cammino A ravvivar del petto mio la pietra. D’infelice amor dolce faretra Forse scelto strale ancor trattiene, Ch’una pena diversa mi conceda; E allor tu mi veda, Felici entrambi dell’altrui destino, Stretto alla donna che amerò: Orgogliosa tu sia che non son perso, Per il tuo dono d’un gentile sguardo, Donna che nel viso porti il sole, Con cui dal fango mesto mi traesti.

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Nella giungla urbana

  Gli scoiattoli grigi sulle foglie S’inseguono feroci, Contendendosi frammenti di noci, E briciole lasciate dai passanti. Eppur poco avanti Immensi tesori di fresco cibo Attendon soltanto chi li addenti E lor si scannano sugli avanzi.

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Despecta vanitas

  Vanitas vanitatum. Non omnis vana vanitas. La pavoncella rimirò impettita La ruota del pavone. “Ecco che va a sentir lodare Le piume variopinte. Che pena il maschio che tutto cerca Nella vana adulazion conforto”. E, voltasi altrove, non sapeva Che sol per lei splendeva Mostrando i suoi colori.

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Ser Poeta

  Intaglio i miei versi con l’accetta Io, montanaro grezzo e provinciale, Io mezzuomo errante, io animale, Io creatura debole e imperfetta; Io duro, ironico e brutale, Vuoto e sentimentale; Io frettoloso pur senza vergogna, Io ferito e frale, Io profondo fino ad essere banale, Io ch’arriccio i miei peli da vigogna, Io povero cadetto di Guascogna, Io allegro, stupido e frugale; Io bardo, io poeta alla bisogna.

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Ogni paradiso ebbe il suo inferno

Ricorda che la spada Ha spezzato i colli dei viventi, E il piombo penetrato Fra le costole trovò la sua strada; L’urlo della madre il cui neonato, È stato strappato in mille pezzi, L’orrido fetore dell’appestato, Tutto il male non dimenticare, Perché chi qui vuole paradiso, Qui e dopo diventa egli stesso, Di sé l’inferno, del mondo il male.

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Poeta è l’occhio

Poeta è l’occhio Che vede un segreto; Poeta l’orecchio, Che coglie nell’umile vuoto Un suono, un trillo, uno squillo, E ne fa una musica nuova; Poeta la mano Che affonda un fugace pensiero Nel nero ribollir dell’inchiostro; Poeta la lingua, Che schiocca all’accento di terza; Poeta non il senso delle cose, Ma, nelle cose, il senso.

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