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PoeDanto

Tinúviel!

“Morto che cammina, morto che cammina” Son io, che grigio e tetro mi trascino Senza lagrime per le vie piangendo, Tratto come cieco da sorte avara. Tu Lúthien dovei per me esser Ed io Beren ristoro in te trovar; Ma sol sull’erba languo e piango e strido E grido’l nome tuo, ma invano. E invano pronuncio amare parole, Che sol riecheggian: “Tinúviel Tinúviel”, Ma Tinúviel, lontana, non torna. Di Sauron invoco fedeli schiatte, Che al tormento mio seduta stante Fine pongan d’inutile vita mia.

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Maledetti!

Maledetti voi che non capite Maledetti voi che saper ardite Maledetti i pavidi consigli Maledetti siate voi conigli Maledetto il vostro orgoglio Maledetto bugiardo cordoglio Maledette vostre frasi fatte Maledette sian’esse disfatte. Maledetta d’asil sicumera Maledetto chi ancor ci spera Maledetto dal mattino a sera. Maledetti insulsi pareri Maledetti giudizi austeri Maledetti or come ieri.

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Perisca prosa!

Versi liberi, versi sciolti Per il popolo, per i colti, Che sian dritti oppure storti, Un po’ lunghi e un po’ corti. Di morali sian latori, Di sollazzi portatori, Da leggere ai figlioli O da recitar da soli. Con penna o con matita, Od anche con le dita O guisa più gradita. Poco conta come: Tempo, posto o nome, Rime non sian dome. Ma una cosa Io urlo a iosa: Perisca prosa!

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Libero!

“Libero, libero sono!”, Amaro e tetro volatil, Omai sanza piume resto, Strilla e grida e vocia. “Non come servo canide, Né pingue e pigro felino, Ma come impetuoso vento E inarrestabil acqua” Ma domestiche bestie, Le membra stiracchiando, Al pennuto risposero: “Bada bene, folle uccello, A seduta stante smetter Con la gabbia far rumore”

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PoeDanto #5: Uomo è uomo

Donde mai i vecchi arrivaron? Alia stella diede lor causamento? Da misteriosi spechi forse usciron, O li creò fatal esperimento? E di qual oscura fatta pueri son? Negra magia lor sembianze ridusse? Chi sa se da pietrosa fonte vengon, Come araldi che’l dio d’amor produsse? Ma se in terra o in ciel cosa certa esiste, Persin più d’eterno sonno e imposte, È che uomo è uomo da che sussiste. Torto l’Afro avea, e l’Ipponate ragion: Di vita ponente morbus non est E d’infanti puri animi non son.

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PoeDanto #4: Chi?

Chi decretò Ch’io fossi io E non qualcun altro? Chi pose Questa coscienza In tal corpo? Chi guidò L’alma mia In queste membra Chi decise Che fossero questi Gli occhi ch’io apersi? Chi ambientò Questa tragedia Dove son io? Chi, dunque, mi trarrà Dal mondo Dei viventi? Chi calerà Il sipario Sul mio sguardo? Chi fermerà Il battito Del cuore mio?

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PoeDanto #3: Biella

Biella, di picciol fatta secondo’l nome Ma vasta e ampia e alta agli occhi, Antichi monti solcan l’orizzonte E fiumi e rivi corron senza posa. Di dura cervice la gente tua, Tanto che più del feroce orso O del lesto e veloce camoscio, Mulo simbol tuo esser dovrebbe. Biella, troppi son quelli che ’nfamia Di te ovunque van dicendo tronfi, Ingrata prole di dolorosa madre. Terra mia, pochi son quelli che lodo Scelgon delle tue bellezze dire, Ed io un di questi fiero sono.

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PoeDanto #2: Come digiuno mendico

D’indorate stagioni venture Io, mirando le nevi svettanti Contro il cielo turchino cadenti, Nel pensiero creo d’amor figure. Colpevole di bruciar sorpresa L’aedo che’l duro arco regale Ed il ligneo talamo nuziale Cantasse pria di Posidon contesa. Ma come al digiuno mendico Meschino è rimbrottar se a tetto O pane volge pensier cronico, Così io, non di cibo ma d’amore Affamato, aspiro ed agogno Tra le braccia’l corpo tuo avere.

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PoeDanto #1: Luce fu

Quand’anche’l sole nell’ombra morisse E la luce gli occhi più non colpisse, Nessun diritto s’avrebbe d’esser tristi Che’l sole t’illuminò e tu fosti. Mai uomo ebbe modo alcuno Di misurar l’enorme debito Verso chi ci fece ad uno ad uno, Colto da meraviglioso fremito. Orsù dunque, amici adorati, Gioite con me pel cielo turchino, I fiori, i libri e i verdi prati! Bando a qualunque tristezza! Al diavolo angosce e paure! È peccato rigettar contentezza.

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